CAMUGNANO – Un borgo disabitato in mezzo ai boschi dell’Appennino tosco-emiliano, un paese fantasma sospeso fra strutture abbandonate e in rovina e timidi tentativi di restauro e conservazione.
Nel territorio del comune bolognese di Camugnano, poco distante dal confine regionale tra Emilia e Toscana, sorge il “borgo fantasma” di Chiapporato: immerso nel verde dei boschi di querce, faggi e castagni che caratterizzano le montagne del nostro Appennino, a un’altezza di 856 metri sul livello del mare, lungo le pendici del monte Calvi.
Privo di strade asfaltate e interdetto al traffico dei veicoli a motore, Chiapporato è raggiungibile a piedi o in mountain bike percorrendo due diversi sentieri: il primo, dal versante emiliano, sale dalla frazione di Stagno nel comune di Camugnano, non lontano dal bacino di Suviana; il secondo, in territorio toscano, si stacca dalla strada provinciale all’altezza di Fossato, nel comune di Cantagallo, e costeggia il fianco della montagna per poi riunirsi con l’altro in prossimità del paese.

Arrivare a Chiapporato dopo aver camminato tra i boschi dell’Appennino significa non solo scoprire un luogo sorprendente e quasi sconosciuto, ma anche compiere un viaggio indietro nel tempo, in un’epoca, neppure troppo lontana, in cui questo paese montano in apparenza remoto e inaccessibile era popolato da contadini, pastori, boscaioli, carbonai, era al centro di un’economia di sussistenza e di piccoli scambi con le valli e le pianure, era un punto di passaggio e di sosta di viaggiatori e pellegrini lungo le antiche vie transappenniniche.
La storia secolare di Chiapporato affonda le radici probabilmente nei decenni successivi all’anno Mille, in concomitanza con il generale processo di espansione demografica e di popolamento della montagna che coinvolge numerose aree dell’Appennino.
Il toponimo compare per la prima volta nel 1145, citato in un documento che conferma il possesso dell’abitato e delle sue dipendenze da parte dell’abbazia di San Salvatore di Vaiano. Per tutto il Medioevo e l’età moderna Chiapporato rappresenta uno dei tanti piccoli villaggi che punteggiano l’Appennino tosco-emiliano, situato nel cuore di un’area montana ideale per l’attività venatoria, l’allevamento, la silvicoltura e la produzione di carbone, e favorito anche dalla posizione non troppo distante dalla via di comunicazione della valle della Limentra.
Gli ultimi decenni del Novecento, contraddistinti da un crescente processo di spopolamento delle aree montane e di progressivo abbandono delle località più isolate, hanno inferto un colpo mortale al piccolo borgo, che ha anno dopo anno ha visto trasferirsi altrove i propri abitanti.

Chiapporato è rimasto popolato fino al 2013, quando le uniche abitanti erano madre e figlia, Zelia Guidoni e Vilma Marchetti, ultime eredi di una famiglia di pastori che hanno continuato, con ostinazione e coraggio, a portare avanti il loro allevamento di conigli, pecore e galline. Con la morte di Zelia e il trasferimento della figlia a Castiglione dei Pepoli il borgo è rimasto disabitato e in poco tempo il bosco si è “riappropriato” degli spazi faticosamente strappati dall’uomo nei secoli passati.
Oggi gran parte del paese è in rovina: i muri scrostati e diroccati delle case, le finestre sfondate e le abitazioni ormai invase dalla vegetazione trasmettono al visitatore un senso di incuria e abbandono, ma allo stesso tempo accrescono il fascino misterioso e suggestivo del “borgo fantasma”.
Tra i rami e i rovi sopravvivono le tracce del “nobile passato” di Chiapporato, e si riconoscono le antiche strutture che un tempo erano il cuore della vita e delle attività umane del paese, come il forno, il lavatoio, il magazzino, la piazzetta del borgo in pietra lastricata. Senza dimenticare alcune tracce di una presenza umana più recente che appaiono all’improvviso fra i ruderi delle case, come la buca per le lettere, le nicchie votive e le targhe con i civici delle abitazioni.
C’è poi il piccolo cimitero, risalente alla metà dell’Ottocento, dove restano poche lapidi annerite e croci con i nomi ormai illeggibili; e c’è soprattutto la chiesetta intitolata a San Giovanni Battista, sovrastante il borgo, unica struttura dell’abitato salvata dalla rovina e restaurata una quindicina di anni fa.

Un timido tentativo di mantenere in vita il paese, o se non altro di ritardare un destino che oggi appare inevitabile: ormai disabitato e abbandonato, tra non molto di Chiapporato resteranno solo il nome e un cumulo di ruderi, uniche testimonianze del suo passato, e seguirà la sorte di altri “villaggi fantasma” sperduti sulle nostre montagne.
Eppure il borgo è stato segnalato e votato fra i “luoghi del cuore” del FAI, meritevoli di essere salvaguardati e valorizzati, e ogni anno vengono organizzate escursioni guidate alla riscoperta di Chiapporato e dei suoi angoli dal fascino unico.
Perchè, nonostante le rovine e il senso di decadenza che circonda il visitatore, il paese sa regalare scorci di grande suggestione, nelle tracce del suo passato e della sua “vita” precedente e nei panorami sui boschi dell’Appennino e sulla valle della Limentra. Intorno, il silenzio rotto soltanto dai suoni della natura, tornata dopo secoli l’unica e incontrastata “padrona” di queste montagne.










Grazie ancora sig.Andrea per un nuovo articolo ben fatto.
Traspira passione e conoscenza.
Attendo sempre il prossimo.
Buon lavoro