mercoledì, Giugno 10, 2026

Chiara Saraceno riceve il Premio Internazionale Dialoghi di Pistoia

di Marta Meli

PISTOIA – “Una voce autorevole, lucida, critica e instancabile nell’analisi delle trasformazioni sociali del nostro tempo. Il suo impegno intellettuale e scientifico è stato orientato alla costruzione di politiche pubbliche ispirate al superamento delle disuguaglianze, alla lettura delle nuove povertà, all’innovazione come strumento per la coesione sociale”.

È con queste parole che Chiara Saraceno, sociologa e ricercatrice, docente universitaria e divulgatrice, ha ricevuto il Premio Internazionale Dialoghi di Pistoia, ieri pomeriggio, al Teatro Manzoni.

Chiara Saraceno ai Dialoghi di Pistoia (foto di Marta Meli)

A seguito dell’assegnazione, la sociologa ha parlato – insieme all’antropologo Adriano Favole – di alcuni dei fenomeni indagati durante la sua carriera, a partire dalle disuguaglianze sociali e dalla povertà come destino.

“È bene precisare che povertà e disuguaglianza non sono sinonimi – ha detto Saraceno – infatti, le variabili e le dimensioni, essenziali per la ricerca, e di cui tenere conto, sono molteplici”.

Due aspetti imprescindibili per l’analisi di questi fenomeni sono senz’altro la diversità delle condizioni di vita e le risorse a disposizione (sia in termini di qualità che di quantità).

In particolare, esistono due tipi di povertà: quella assoluta, che riflette l’incapacità di provvedere alla soddisfazione dei bisogni essenziali entro la società in cui si è immersi e il contesto di riferimento, e quella relativa, che ha a che vedere con un tenore di vita al di sotto della media della popolazione.

“In Italia, dopo la crisi del 2008, e in particolare dal 2011, si è registrato un drastico aumento della povertà assoluta – ha spiegato la ricercatrice – e con il Covid-19, stando a quanto riportano i dati 2023, ossia gli ultimi ad oggi disponibili, la situazione è nettamente peggiorata”.

Rispetto alle disuguaglianze di genere, ad esempio, va precisato che per quanto nel corso del tempo le norme formali siano state fondamentali, permane ancora una evidente disuguaglianza tra donne e uomini. Basti pensare alle possibilità di carriera, alle retribuzioni salariali, alle tipologie contrattuali e alla divisione del lavoro domestico-familiare caratterizzato ancora da un forte squilibrio nella ripartizione per quantità e tipo di mansione.

Inoltre, le disuguaglianze, figlie di costrutti sociali e culturali, se non vengono messe in discussione tendono a normalizzarsi e a cristallizzarsi, fino a che diventa sempre più difficile decostruirle.

Una possibile soluzione è legata all’irrobustimento del welfare pubblico e alla capacità di offrire risorse adeguate e di qualità a chi ne ha bisogno, indipendentemente dall’essere parte o meno di una famiglia.

“Brian Nolan, ricercatore e professore di politica sociale, attraverso i suoi studi ha mostrato che l’Italia è uno dei paesi europei in cui la riproduzione intergenerazionale della povertà è fra le più forti – ha aggiunto Chiara Saraceno – per cui chi nasce povero è condannato alla povertà, o comunque ad accedere a risorse più povere, contrariamente a quanto riportato dall’articolo 3 della Costituzione”.

Un’altra questione importante riguarda i giovani che decidono di partire per l’estero, poiché in Italia non riescono ad immaginare un futuro dignitoso. Per quanto la preparazione accademica italiana sia tra le migliori, i giovani laureati, ad esempio, trovano molto più facilmente lavoro nei paesi scandinavi o in paesi come Spagna e Germania.

Altro aspetto da mettere in evidenza, infine, è quello legato alle persone che non hanno ancora ottenuto la cittadinanza (il cui processo è estremamente lungo e tortuoso, tra burocrazia ed elevati tempi di attesa, al di là del possesso dei molteplici requisiti), ma che di fatto vivono da sempre in Italia, o che possiedono doppia cittadinanza, in quanto provengono da altri paesi.

Un’indagine ISTAT riporta una situazione al 2023 tale per cui “l’incidenza della povertà assoluta fra le famiglie con almeno uno straniero è pari al 30,4%”.

“Se non ci fossero le popolazioni migranti nel mondo – ha concluso la sociologa – in Italia, Paese europeo con uno dei più alti tassi di anzianità, la situazione demografica sarebbe decisamente più grave, ma sfortunatamente continuiamo a puntare il dito contro alcune categorie, anziché ripensare i modelli di cittadinanza, far valere i diritti fondamentali e attivare politiche di sostegno in grado di rispondere alle sfide contemporanee”.

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