PISTOIA – La seconda giornata dei Dialoghi di Pistoia si è aperta stamattina al Teatro Bolognini con la conferenza di Filippo Barbera, sociologo e docente di Sociologia Economica all’Università di Torino, incentrata sul tema di come poter “riabilitare e riabitare” l’Italia.
Il relatore inizia citando tre storie di buone pratiche e di idee innovative che da un lato hanno frenato l’abbandono dei paesi più isolati e lontani dalle aree metropolitane, dall’altro hanno portato avanti progetti e servizi per migliorare la vita dei residenti nelle aree di “periferia”.

La prima ci porta nel cuore dell’Abruzzo, nella valle Subequana, un’area caratterizzata da bellezze naturali ma allo stesso tempo da un inarrestabile processo di spopolamento: una tendenza che purtroppo accomuna molti luoghi soprattutto nelle zone montane rurali del nostro territorio, costituendo un problema molto difficile e “scomodo” da affrontare sia da un punto di vista politico sia da quello demografico. A Gagliano Aterno, minuscolo comune montano di poco più di duecento anime, la comunità locale ha dato vita a una comunità energetica, creando un sistema collettivo ecosostenibile e innovativo che ha permesso un abbattimento generale dei costi dell’energia, contribuendo allo sviluppo della comunità e impedendo una dispersione che avrebbe portato il paese all’abbandono.
Il secondo esempio è riferito alla Valle d’Aosta dove un gruppo di giovani ha deciso di superare i limiti e le criticità del sistema edilizio tradizionale portando avanti un nuovo modello di costruzione di abitazioni: è nata così un’impresa che include nel costo di vendita dell’immobile anche il riscaldamento, ottenendo un rapido successo e una costante crescita economica, unite a pratiche di smart working a beneficio di tutti i dipendenti.
La terza storia si svolge invece nel cuore della città di Torino, una realtà che come le altre aree metropolitane d’Italia presenta il grosso problema della mancanza di enti intermedi tra la città metropolitana e i territori collinari e montani della sua “periferia”, come conseguenza che chi amministra la città spesso non conosce e non ha la percezione delle criticità e della realtà che si trovano in queste aree più lontane dal centro.
Barbera parla a tale proposito di “metromontanità”, indicando con questo neologismo quella popolazione di pendolari che si spostano tra la metropoli e le aree periferiche delle vallate alpine, alternando di fatto la loro vita quotidiana e lavorativa tra due poli molto diversi tra loro.
“Dobbiamo costruire attività e filiere a servizio della collettività che si sposta e si alterna tra città e periferie – sottolinea – città e montagna non devono essere più poste in contrasto e viste in maniera antitetica, ma come due realtà diverse, ciascuna dotata delle proprie peculiarità, che possono e devono dialogare e interagire tra loro per rivitalizzare le aree rurali e porre un freno allo spopolamento di paesi che in un futuro prossimo rischiano di scomparire.
I tre esempi citati riflettono molto bene il policentrismo che caratterizza l’Italia, non siamo un Paese di grandi metropoli ma soprattutto di centri di medie e piccole dimensioni, alle prese, come altri Paesi europei, con la doppia sfida del cambiamento climatico e della crisi demografica.
Bisogna uscire dalla dicotomia e dalla vera e propria “gabbia cognitiva” che vede i piccoli borghi come alternativi alla città. È perfettamente inutile e sbagliato portare avanti campagne di “adozione” dei piccoli borghi a rischio di scomparsa, perché il borgo non è altro che un involucro, un contenitore esterno: è necessario lavorare e adottare politiche di rinnovamento e di sviluppo per le persone che ci stanno dentro, che abitano il borgo, cioè per i paesi.
Bisogna inoltre ritornare a dare una narrazione positiva delle aree interne dell’Italia, di quella “Italia di mezzo” e provinciale che spesso non rientra nei canoni estetici della “bella Italia”, che si basa su un criterio di valutazione turistico, per cui ciò che vale è solo quello che piace e attrae il turista. L’Italia è piena di posti “brutti” che non entrano nei manifesti delle agenzie turistiche e nelle riviste patinate delle bellezze artistiche e paesaggistiche del nostro Paese: bisogna cominciare a uscire da questa “gabbia” e valorizzare un paese o un borgo non per attrarre un turismo di massa, ma in primo luogo per chi ci vive stabilmente, per i suoi abitanti, per la rigenerazione del territorio, per lo sviluppo delle comunità locali”.
Una lezione molto interessante e utile anche con riferimento al territorio pistoiese e alle sue aree montane, caratterizzate da un ricco patrimonio di piccoli insediamenti e borghi a rischio di abbandono, ma per i quali è necessario uscire dall’ottica dei bandi pubblici e dei contributi per la valorizzazione turistica.
Purtroppo troppo spesso le aree interne hanno uno scarso peso politico e vengono emarginate all’interno dei grandi processi decisionali: sarebbe opportuno, conclude Barbera, avviare politiche condivise tra enti pubblici e comunità locali per lo sviluppo e il rinnovamento di queste ultime, liberando le energie creative del territorio, puntando sull’innovazione, partendo dal miglioramento dei servizi sociali, assistenziali, sanitari e di trasporto. L’Italia non è fatta di “borghi da salvare”, ma di comunità locali da sostenere e sviluppare.









