di Marta Meli
PISTOIA – “Viviamo in un mondo affollato di parole; vogliamo davvero impiegarle senza gustarcele? Non sarebbe più soddisfacente pensare alla lingua come al territorio delle infinite possibilità?”.
Un frammento, questo, che fa riflettere molto e che proviene dal libro Le ragioni del dubbio (Einaudi, 2021) di Vera Gheno.
L’autrice e sociolinguista era presente ieri pomeriggio alla libreria Lo Spazio per dialogare insieme a Valentina Sonzini (ricercatrice) a partire da Cose spiegate bene. Questioni di un certo genere (Iperborea, 2021).
“Quello che dico sulla lingua deriva da varie dimensioni di studio che mi hanno permesso di pensare in un’ottica di complessità e di apertura – ha detto Vera Gheno – poiché dietro alle più colte ricostruzioni linguistiche, spesso non si è guardato alle persone”.
“Non in tutti i casi è andata così, però”- ha aggiunto – citando alcuni nomi, tra cui Tullio de Mauro, Claudia Bianchi, Fabrizio Acanfora, Federico Faloppa, R. B. Le Page e Andreé Tabouret-Keller, Maya de Leo, Rebecca Solnit, Bernardine Evaristo, Telmo Pievani.
A proposito della lingua, George Orwell – nel suo scritto La politica e la lingua inglese– disse che “diventa brutta e imprecisa perché i nostri pensieri sono stupidi, ma a sua volta la sciatteria della lingua ci rende più facili i pensieri stupidi”. Orwell restituisce, ancora oggi, un’immagine significativa di quello che possono fare le parole. Simile a quella dello scrittore, l’immagine emersa più volte nel corso dell’incontro è fatta di altrettante immagini che hanno contribuito ad incuriosire, domandare, far riflettere e a fendere nuovi varchi del “possibile”.

“L’importanza di avere un nome, di nominare, non è da sottovalutare – ha spiegato Valentina Sonzini – passa tutto dal linguaggio, dobbiamo dare spazio a certe cose e alle persone, perché possano essere immaginate, riconosciute e rappresentate”.
Quanto accennato, si lega ad alcuni dei discorsi che Vera Gheno ha portato e porta tutt’ora avanti nei suoi dibattiti e nei suoi studi: i femminili singolari e le declinazioni, il contrasto ai pregiudizi, alle etichette e agli stereotipi, il problema dell’eteronormatività e del maschile sovraesteso (che ancora oggi non si riesce ad evitare, nonostante le necessità di rappresentazione all’interno della società), l’ingiustizia discorsiva, ma anche le aperture e le resistenze alle nuove possibilità di evolvere.
Il bisogno più grande, adesso, è proprio quello di saperci orientare tra i “vantaggi cognitivi” e i “disagi identitari” che proviamo, o possiamo provare, per definirci, per dire chi siamo. A differenza degli animali – come ha raccontato Vera Gheno in un aneddoto personale – noi abbiamo le parole per comunicare le emozioni, il dolore e per “emanciparci” dalla sofferenza provocata da un trauma. Detto ciò, potremmo allora far valere con più “forza” questa idea per estenderla, nella sua validità, a tutte le persone? Il concetto di base è che se le “rappresentiamo linguisticamente”, allora potranno essere rappresentate nella realtà sociale.
Il discorso riguarda senza dubbio le minoranze (anche quando “minoranze”, in termini numerici, non sono), gli immigrati, le persone con disabilità, le comunità LGBTQ+ (e, dunque, anche le persone non conformi), le donne e, ad esempio (ma non è il solo che possiamo fare se guardiamo alle “differenze”) i femminili professionali (interessante, a tal proposito e per cominciare a capirne il senso e a vederne il riscontro con la realtà, è l’indovinello sul chirurgo e l’incidente citato da Gheno nell’introduzione al suo libro Femminili singolari edito da effequ).
“Dobbiamo renderci conto del fatto che non è più tollerabile un mondo, per noi normale e pertanto immutabile, in cui le persone vengono discriminate e aggredite, in cui una parte degli esseri umani è posta in una posizione più elevata rispetto ad altri – ha aggiunto la sociolinguista – è giunto il momento di mettere in crisi questa idea del normale che ha più diritto di essere felice, dobbiamo rimettere in gioco altre vie, dobbiamo relativizzare ciò che dichiariamo essere universale”.
La resistenza al cambiamento, come anche l’hate speech e le discriminazioni in generale, ha a che vedere con l’identità: la messa in discussione delle categorie “minaccia” il nostro essere, il nostro modo di osservare la realtà, il nostro modo di vivere quotidianamente e la nostra posizione all’interno della società. L’avversione all’apertura e il rifiuto della “svolta” sono dovuti alla tensione dello “scuotimento” che, altrimenti, ne deriverebbe e alla paura della “quantità” di tempo che dovremmo impiegare per “ri-organizzarci”. Spesso, infatti, ritorna ancora lo stesso “monito”: “si è sempre fatto/detto/scritto così”.
Quanto ci costa cambiare? “Costa fatica e impegno – ha detto Vera Gheno – ma tutto questo è possibile nel momento in cui capiamo che il tradizionalismo va sempre bilanciato con l’apertura verso il cambiamento, iniziando a prestare ascolto, ad informarci, a documentarci, a leggere e a guardare serie tv come Sex Education, Euphoria e Grey’s Anatomy. Non è mai troppo tardi per cominciare a cambiare”.
Pensiamo al termine “colonizzazione”, a quanto è stato dibattuto e quanto ancora non viene del tutto compreso che l’uso dello stesso possa provocare – come ha specificato Gheno – enormi sofferenze a chi ha subito quel processo. Le parole danno senso e rappresentazione, hanno a che fare con l’importanza, la conoscenza e la spiegazione. Proprio come per l’ultimo esempio lo possono fare alcuni concetti: “costruzione-decostruzione”, “alterità”, “forclusione”, “incontro-scontro”, “culture”. Allora, cos’è che manca per “metterci un piede” e fare quel passo ulteriore?
L’introduzione dello schwa (che non intende, come spesso viene inferito, abolire i generi) e il non-binarismo sono spesso discussi senza alcuna consapevolezza di ciò che significano, di ciò che è accaduto prima e di ciò che sta attorno. Lo schwa si è rivelato essere, rispetto alle altre lettere, agli altri modi e agli altri simboli (*,@,#, le doppie, la “u”, la “z”, la “x” ecc.), il più adatto; fa parte dell’alfabeto fonetico internazionale ed è pronunciabile.
Le persone queer si sono poste per prime il problema dell’inclusione (che Acanfora direbbe – come scrive Gheno in Cose di un certo genere – della convivenza delle differenze poiché l’inclusione richiama passività, assenza di agentività, presuppone che ci siano uno o più soggetti includenti che agiscono al posto delle persone interessate) all’interno delle comunità linguistiche, domandandosi come fare per nominare, contro ogni traccia di “inesistenza”(per citare ancora Solnit), le persone non conformi.
“Le persone non binarie fanno parte di molte culture – ha concluso Vera Gheno – pensiamo, ad esempio, al termine Two-Spirit dei nativi americani, senza dimenticare che parliamo di una cultura antichissima”.










