mercoledì, Settembre 9, 2026

Da Gello a Cireglio, lungo le antiche vie dei carbonai

PISTOIA – Dalla pianura ai monti, risalendo la valle del Vincio di Brandeglio tra campi, oliveti e boschi, incontrando piccoli “castelli” e borghi dal sapore antico.

È un itinerario che ripercorre le antiche vie battute in passato da viandanti, boscaioli e carbonai, con questi ultimi che per secoli hanno disceso e risalito queste valli dell’Appennino trasportando il carbone in città.

Una viabilità che affonda le sue radici addirittura nell’età romana, per poi svilupparsi nel periodo medievale (una delle più importanti vie transappenniniche collegava Pistoia con la valle della Lima attraverso il valico di Prunetta, dove aveva sede un ospizio per pellegrini) e venire poi “rivoluzionata” a partire dal 1781, con l’apertura della “via regia modenese” (oggi strada regionale 66 “Pistoiese”) per un collegamento più rapido ed efficiente tra Firenze e Modena attraverso il valico dell’Abetone. L’inaugurazione della nuova strada, voluta dal granduca Pietro Leopoldo e progettata da una figura poliedrica come Leonardo Ximenes, oltre a costituire per l’epoca un piccolo capolavoro di ingegneria civile, ha avuto il merito di creare una “via diretta” tra Pistoia e le zone montane, sottraendo alcune frazioni dal loro secolare isolamento.

Uno scorcio del paese di Gello (fotografie di Andrea Capecchi)

Tuttavia tra le “pieghe” del nuovo tracciato ideato dallo Ximenes sono ancora oggi riconoscibili le tracce delle antiche strade che risalivano la montagna, ora attraversando e ora costeggiando il corso impetuoso e irregolare del Vincio di Brandeglio, affluente dell’Ombrone all’altezza di Gello.

E il percorso non può che partire dal ponte sul fiume Ombrone, dove la via Vecchia Montanina si stacca dalla via Modenese proveniente da Capostrada: ha inizio qui, come suggerisce il nome, il vecchio tracciato della strada che un tempo conduceva alle località della montagna.

Lo stesso ponte sull’Ombrone, chiamato ponte Asinaio, richiama gli animali da soma carichi dei preziosi materiali portati a valle dai carbonai dalle zone di Prunetta, Piteglio o della Garfagnana e dai ghiacciaioli dalle ghiacciaie dell’alta valle del Reno. Oggi il ponte è stato ricostruito in solide arcate in muratura, sul suo argine è presente un percorso ciclopedonale attrezzato, ma sono ancora visibili, sul lato sinistro, antichi lavatoi e una chiusa da cui aveva inizio una “gora” per portare l’acqua del fiume in città.

Oltrepassato il ponte si arriva a Gello, un tempo punto di raccolta per la vendita del carbone e naturale luogo di incontro per le genti della montagna dirette in città per commercio. A testimonianza di questo ruolo, la presenza di un antico carbonile – edificio deputato al deposito di carbone – la cui costruzione viene fatta risalire al filantropo pistoiese Felice Antonini alla fine del Settecento.

Ma già nell’età medievale Gello costituiva la “porta d’accesso” alla pianura pistoiese, come testimoniato dalla presenza di ben due edifici religiosi: una chiesa con annesso ospedale, documentato nel 1166 e intitolato a San Pietro Romeo, posto all’innesto della strada verso Arcigliano e Sarripoli, e una pieve romanica dedicata a Santa Maria (detta ad pontes per la sua prossimità ai ponti sui fiumi Vincio e Ombrone), attestata nel 1132, della cui struttura originaria restano alcune tracce oggi inglobate in altre abitazioni.

Ponte a Teccioli sul Vincio di Brandeglio, percorso dalla via vecchia Montanina

Si attraversa il paese e poi si svolta a destra, seguendo la via Vecchia Montanina che supera il Vincio di Brandeglio sul ponte a Teccioli, caratteristico ponte a cinque arcate e dalla struttura “a gobba”, dal quale si possono ammirare il greto e gli argini erbosi del torrente nella parte terminale del suo corso, poco prima della confluenza con l’Ombrone.

Oltrepassato il fiume, la strada inizia a salire e a inerpicarsi lungo il fianco della collina: si abbandona il fondovalle e ci si immerge in un paesaggio dai caratteri tipicamente rurali, dominato da vigneti e oliveti, orti e case coloniche, tra vecchie fattorie in fase di recupero, capre al pascolo all’interno dei loro recinti, margherite e ciclamini sui cigli della strada e stretti muretti in pietra a delimitare i terrazzamenti delle colture. Un mondo campagnolo lontano e allo stesso tempo vicino alla trafficata strada provinciale Modenese, alla quale ci riallacciamo per poi deviare, a sinistra, in direzione di Castello di Piazza.

Se la frazione di Piazza deve la sua stessa esistenza alla presenza dell’ex strada statale, il piccolo borgo di Castello ne rappresenta il nucleo più antico, risalente al periodo altomedievale. Un tipico “castello” collinare di case colorate, strette stradine, gerani alle finestre, da cui si può godere già di un bel panorama sulla valle dell’Ombrone e sulla piana, circondati da coltivazioni di olivi e dalle prime propaggini dei boschi appenninici. Nella piazzetta del borgo, che nel Medioevo fu comune rurale, spicca la pieve di San Michele Arcangelo, menzionata già nel 940 ma riedificata più volte: l’ultimo rifacimento, in stile neoclassico, avvenne alla metà dell’Ottocento, quando la vecchia chiesa medievale era diventata pressochè un rudere. Nell’interno, con copertura a botte, la chiesa conserva un organo ottocentesco e alcune pitture di Jacopo Confortini risalenti all’età barocca.

Uno dei cartelli in legno decorati con motti e proverbi sulle abitazioni di Castello di Piazza

A Castello di Piazza si segnalano anche, sui muri o presso gli ingressi di alcune case, piccoli cartelli in legno, accompagnati da decorazioni, che recano scritti proverbi, modi di dire o massime di saggezza popolare, e invitano il visitatore alla sosta tra gli angoli più pittoreschi e suggestivi del borgo.

Tra cipressi e olivi, ritorniamo per un breve tratto sulla Modenese, per poi voltare ancora a sinistra immettendoci nella via Vecchia di Campiglio: l’antica strada che corre a mezzacosta lungo la collina, in cui vigneti e oliveti iniziano a cedere il passo all’ombra dei boschi d’Appennino. Qui, dove collina e montagna si incontrano, si attraversa il “castello” di Statigliana, composto da due gruppi di case, l’uno posto lungo la strada e l’altro sotto di essa. Dal piccolo parcheggio del paese, volto a meridione, lo sguardo abbraccia tutta la valle sottostante del Vincio di Brandeglio, in uno scenario dove la natura inizia a diventare protagonista; intorno i rumori del bosco, gli oliveti a terrazze, gli orti, un gatto che si affaccia furtivo, gli alberi in fiore, il lontano scrosciare del fiume.

Annunciato dal solitario cimitero, si arriva a Campiglio, già comune rurale nel XIII secolo, con le sue case sparse lungo il pendio della collina: all’ingresso del paese ci accoglie la chiesa di San Pietro con la sua facciata in calce bianca, di fondazione medievale ma ricostruita e trasformata durante l’età neoclassica. Ma a dominare, soprattutto nelle belle giornate di primavera, è il verde in tutte le sue gradazioni, da quello più scuro dei cipressi e dei faggi, a quello più chiaro e morbido degli orti, dei prati e dei giardini colmi di margherite che circondano le abitazioni.

Tra siepi ben curate, alberi di fico, pampani al sole, la strada prosegue e inizia a salire, inoltrandosi nel bosco, là dove la valle si fa più stretta e ripida. Il curioso nome di questo tratto – via della Sega – deriva dall’antica segheria posta poco più in alto di Campiglio, in seguito trasformata in un mulino. Segherie, mulini, ferriere, costruite presso i corsi impetuosi dei torrenti appenninici per sfruttare la loro energia idraulica: una presenza costante in queste valli, testimonianza di uno sviluppo proto-industriale che affonda le sue radici nel Medioevo e che ebbe il merito di trasformare nel tempo l’economia unicamente rurale di queste zone.

In un’ampia radura del bosco, in mezzo ai prati digradanti, sorge ancora il vecchio mulino, oggi completamente ristrutturato e adibito ad abitazione privata; poco lontano, seminascosto tra il verde, l’antico ponte della Sega attraversa il torrente con la sua struttura semplice ma allo stesso tempo elegante.

Il borgo di Castello di Piazza

Lasciata ormai la valle, la strada risale la montagna a stretti tornanti con pendenze a doppia cifra: tra una curva e l’altra, quando il bosco cede ancora il passo ai prati e agli oliveti, si incontra Stazzana, altro piccolo borgo rurale con le sue case in pietra, i pergolati, i frutteti, gli orti terrazzati. Un senso di pace e quiete ci avvolge: raro il passaggio di qualche auto che scende a colpi di clacson, il rumore di un tagliaerba, il canto degli uccelli, il suono metallico dei cambi sulle biciclette di ciclisti coraggiosi e temerari, che con fatica “scalano” l’impervia salita.

Notevole è infatti il dislivello nei tre chilometri che dal bivio di Campiglio ci portano a Castello di Cireglio, paese natale di Policarpo Petrocchi, “borgo letterario” dell’Appennino, che abbiamo già avuto occasione di descrivere e illustrare nel dettaglio (https://www.reportpistoia.com/a-castello-di-cireglio-sulle-tracce-di-policarpo-petrocchi/).

L’ultimo tratto dell’itinerario ci conduce a Cireglio, dove la strada si riallaccia alla Modenese: il paese, documentato fin dal XI secolo, era posto lungo la via di transito e di pellegrinaggio che da Pistoia saliva verso l’antico ospizio di Prunetta per poi ridiscendere verso Bologna seguendo il corso del Reno o proseguire fino a Nonantola scendendo nella valle della Lima e valicando poi l’Appennino presso l’attuale passo della Croce Arcana.

Un paese in cui le antiche memorie di boscaioli e carbonai, un tempo abitatori di queste montagne, si uniscono a un passato più prossimo e recente, con il “passaggio” di una leggenda mondiale dello sport come l’indimenticato Kobe Bryant, al quale la comunità di Cireglio è rimasta legata, e al cui ricordo è dedicato il campetto di pallacanestro del paese con annesso murales.

Related Articles

Rispondi

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome

ULTIMI ARTICOLI