di Andrea Mori
PRATO – David Parenzo è un fiume in piena nel suo spettacolo “Ebreo”, andato in scena al Garibaldi Milleventi: un monologo teatrale che ha come protagonista lo stesso giornalista.

Il monologo è scritto da David Parenzo e Valdo Gamberutti, la regia è di Alberto Ferrari, le musiche originali di Gianluca Ballarin, con la partecipazione straordinaria di Enrico Mentana, Vittorio Sgarbi, Ale e Franz e Paolo Ruffini.
“Io sono David e sono.. ebreooooo!!”, e proprio riguardo questa sua “natura” rassicura il pubblico, spiegando che il racconto non sarà quello di quanto la sua vita sia stata difficile, perché così non è stato. Parenzo è infatti nato e cresciuto a Padova da una famiglia borghese, vivendo quella che definisce “la vita normale di un ragazzo di provincia” dove, specifica, non ha mai subito episodi di antisemitismo.
Fatta questa premessa, il monologo entra nel vivo attraverso una costante ironica riflessione (non per questo meno interessante e profonda) del giornalista sui molti aspetti della vita di un ebreo praticante.
Il rapporto con Dio e le regole è molto faticoso, i precetti da osservare sono infatti ben 613.
“Ma essendo le variabili nella vita molte di più di 613 – dice Parenzo – oltre al Levitico (libro che contiene quasi esclusivamente leggi religiose e sociali, ad uso dei sacerdoti e dei leviti ndr.) c’è anche il Talmud, uno testi sacri dell’ebraismo al cui interno ci sono 2 milioni e mezzo di parole. Una pagina del Talmud, spiega Parenzo, è composta dal racconto biblico che si trova nel mezzo, mentre ai lati ci sono tutti i commenti dei maestri che discutono, per esempio, della ipotetica situazione in cui una persona prega e gli scappa la pipì: quando si è liberata deve ricominciare la preghiera da capo o può ripartire da dove ha lasciato? Discussione che genera sorrisi tra il pubblico, ma alla fine, dice Parenzo, consiste proprio in questo la “celebrazione del dubbio, benedetto da ‘colui che è’ che dà le regole e che permette di trasformarle in domande”.
Il monologo è suddiviso in capitoli, uno è dedicato alle feste, feste che per gli ebrei spesso sono associate a un po’ di patimento, di dolore. Esistono quelli che si chiamano “10 giorni terribili”, che si concludono con la festa del Yom Kippur, dove per 25 ore non si mangia, non si beve e non si fa sesso. Addirittura non ci si lava i denti per non avere l’illusione di dover mangiare. Ma questa sofferenza serve perché “ci portiamo dietro il racconto, la memoria, la conoscenza come sopravvivenza, come peso, come esperienza di quello che è stato: il brutto il malvagio, il terribile”.
Spettacolo ironico si è detto, ma a volte l’ironia può nascondere più serietà della serietà stessa, quindi è compito dello spettatore prestare attenzione alle monologo del giornalista. Giornalista che non dimentica di ringraziare gli spettatori presenti: “Grazie a tutto il pubblico pagante, questo dimostra che non ci sono ebrei in sala”.










