martedì, Settembre 8, 2026

Dialoghi, Francesca Mannocchi racconta l’abitare in tempo di guerra

di Marta Meli

PISTOIA – “Le cose che ho scritto per questa sera, due anni addietro, in parte, non le avrei scritte allo stesso modo, perché sopravvivere e resistere in tempo di guerra non ha più la stessa forma che avrebbe avuto diciannove mesi fa”.

Queste prime parole, pronunciate in apertura da Francesca Mannocchi ieri sera, in piazza del Duomo, nell’ambito festival Dialoghi di Pistoia, hanno fin da subito fermato l’attenzione sull’oppressione, la distruzione della vita e il genocidio in corso nella Striscia di Gaza.

Due immagini della conferenza di Francesca Mannocchi per i Dialoghi di Pistoia (fotografie profilo Facebook ufficiale dei Dialoghi di Pistoia)

“Spiegare cosa significa abitare un luogo in tempo di guerra, così come l’atto politico, affettivo e di resistenza che lo caratterizza, diventa più difficile quando quel luogo è stato reso inabitabile dalla condotta di un governo criminale” – ha aggiunto Mannocchi.

Cosa vuol dire, allora, abitare in perimetri di incessante sofferenza, quando le identità si costruiscono in spazi circoscritti, circondati da morte e terrore, quando i corpi diventano strumenti per affermare la propria esistenza, come rivendicazione di appartenenza, resistenza all’annientamento e all’esodo forzato? Ci si abitua alla violenza?

“Lo stigma inflitto alle popolazioni di paesi come il Kurdistan iracheno, della Siria occidentale, dove abbiamo abbandonato bambini e bambine, cresciuti dai miliziani dell’Isis, che vivono in campi profughi, sono parte di un luogo che spesso non siamo in grado di vedere, dove quasi tutto manca – ha spiegato Francesca Mannocchi – come l’ elettricità, l’igiene, acqua a sufficienza per bere, curarsi, lavarsi e sopravvivere in un tempo ritmato, per quanto possibile, dalla ritualità del nutrimento”.

I campi profughi – secondo la definizione dell’UNHCR – “sono una stazione transitoria prima del ritorno a casa”, ma in verità, sappiamo bene quanto quelle condizioni diventino permanenti, definitive. Cosa sappiamo delle persone che li abitano? Cosa sappiamo delle atrocità che continuano ad asfissiare parti del mondo come la Somalia, il Ciad, il Sudan? Quante guerre possono essere ancora taciute, quante le tirannie dimenticate e le memorie rimosse?

In Palestina, lo vediamo chiaramente nelle prigioni a cielo aperto continuamente esposte alla demolizione. Proprio lì, dove sono morte e continuano a morire migliaia e migliaia di persone, donne, uomini, bambine, bambini, e – come recitano i versi di Yousef Elqedra, poeta palestinese residente a Gaza – “dove le anime continuano a dimorare tra le rovine del tempo”.

“La violenza in quei luoghi è radicata e si verticalizza sempre più – ha detto Mannocchi – e questo lo raccontano bene due date, ossia quelle del 15 e del 16 maggio 1948, e due avvenimenti, la Nakba, ovvero l’esodo forzato della popolazione araba palestinese nel corso della guerra civile, e la fondazione dello Stato d’Israele”.

Dove conduce tutto questo? Quando l’indifferenza è tale da divenire complicità, succede che, seppur senza avvertire il tremore della terra sotto ai piedi, nonché tutta la devastazione che ne consegue e il dolore che da decenni consuma, le cose accadono comunque, e accadono ora, continuando a definire una storia che è anche la nostra. Senza dimenticare che, nel frattempo – riprendendo il senso dei versi di Mahmud Darwish – ci sono persone, lì “dentro”, che soffocano, da troppo tempo, ogni giorno di più. E, mentre gli aiuti umanitari sono ostacolati, o insufficienti, e gli ospedali bombardati, queste persone continuano a morire atrocemente.

Diventa indispensabile, allora, sostituire l’occhio del dominio, gerarchizzante le culture, per riuscire a porsi le giuste domande e guardare indietro, alla Storia – prima del 7 ottobre 2023, prima del 1948 – perché, parafrasando Simone Weil, le dimensioni di una guerra si definiscono con il numero di uccisioni, la portata della strage, la grandezza dell’orrore, ma anche con l’intenzione e gli obiettivi che stanno alla base di quelle scelte criminali.

È più che mai necessario, dunque, ridefinire gli sguardi per comprendere di più, ma soprattutto per tornare a sentire, come stato di coscienza. E a muoverci, ad agire.

Forse, non capiremo mai fino in fondo cosa significhi appartenere a una terra che è stata occupata illegalmente, essere nel mirino di un vero e proprio piano di pulizia etnica, essere un bambino nato e costretto in quella prigione, sapere che tuo padre ha combattuto la prima e la seconda intifada, che tua madre ha subito le violenze più orribili, veder morire l’intera famiglia e le persone a te care, non potersi curare, non potersi nutrire, vivere tra le macerie bagnate dal sangue e scegliere, a causa di tutto questo, la resistenza armata.

“Il genocidio in atto ci racconta, in tutta la sua complessità, del massacro di un popolo – ha concluso Francesca Mannocchi – come del disfacimento della nostra identità di esseri umani, che dovremmo iniziare a ricostruire ricominciando ad abitare la guerra, a riconoscere le persone e la loro esistenza, a combattere ogni giorno, e più forte, per rivendicarla”.

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