di Letizia Porcù
PISTOIA – “Noi esseri umani siamo animali sociali, quasi per necessità. Ma dobbiamo mettere obbligatoriamente dei confini.”
A questo modo l’antropologo Marco Aime apre la sua riflessione sui confini e sull’altro, condotta assieme alla scrittrice Elvira Mujcic.
“Sguardi incrociati. Attraversare il muro dell’alterità”, il titolo del loro intervento apre subito le porte al tema del muro, del confine. “Creiamo confini –continua Aime-non tanto perché siamo diversi tra noi, ma perché i confini servono come scusa per pensare che al loro interno ci siano persone peggiori o migliori. Si tratta di un’operazione culturale, un tentativo di costruire un “noi”, un’identità pronta ad un uso o a un abuso.”

La riflessione ha un unico nodo centrale: per noi esiste “l’altro”, ma non riusciamo a capire che noi stessi, per l’altro, siamo “l’altro”, non è proprio possibile per noi immedesimarsi.
Aime poi rivolge una domanda direttamente alla scrittrice Mujcic: “È la diversità che costruisce i confini, o sono i confini che definiscono la diversità?”
La scrittrice bosniaca parla dei confini che ha conosciuto lei, quando nel 1993 fu costretta a fuggire con la sua famiglia dalle guerre jugoslave per rifugiarsi in Italia: “Mi sono subito accorta della differenza: con il passaporto bosniaco ero clandestina, quando poi mi è arrivata la famosa cittadinanza italiana, per me si sono aperte un sacco di porte.”
Aime poi sposta l’attenzione su un altro fattore: quando noi ci raccontiamo facciamo un lavoro per sottrazione, per sottolineare le differenze con l’altro, tracciamo un confine per esaltare le nostre differenze. Possiamo descriverci come: “Noi siamo diversi da loro perché loro fanno questa cosa, noi no.”
“Ma è possibile – chiede l’antropologo – raccontarci all’altro in modo diverso?”
“Non d’accordo pienamente con le parole di Aime – controbatte Mujcic – dicendo che non sempre descriviamo noi stessi per sottrazione, ma anzi, tendiamo a descrivere lo straniero per sottrazione: “Non è italiano, non parla l’italiano…Si parla di integrazione perché lo straniero va integrato, bisogna aggiungere qualcosa che lui di per sé non ha.” E tutto ciò è sbagliato, perché siamo soliti raccontare l’altro per ciò che non è, dimenticando completamente ciò che è, annullando le sue caratteristiche perché pensiamo solo alle nostre”.
Aime, soffermandosi ancora una volta sul concetto di “confine”, riflette sul fatto che noi abbiamo diritti in quanto cittadini ma non in quanto uomini, poiché i confini molto spesso sono permeabili da una parte ma dall’altra no. Porta come esempio un cittadino italiano che voglia andare in Africa, che con pochi soldi riesce ad avere un visto, mentre per un africano è più difficile venire in Italia.
L’antropologo avvia l’incontro verso la conclusione attraverso una domanda: “Per ogni muro abbattuto molti mattoni sono sovrapposti nuovamente. Sorge spontaneo chiedersi: viviamo in un’epoca di ponti o di muri?”
Mujcic conclude: “Ci sono spinte per costruire muri, ma anche spinte nella direzione opposta per costruire ponti. Penso che potrebbe andare molto peggio di così se queste ultime spinte non ci fossero proprio.”










