mercoledì, Settembre 9, 2026

Dialoghi, l’allarme di Stefano Mancuso: ci stiamo “mangiando” la Terra

PISTOIA – La “fame” insaziabile e incontrollata dell’uomo si sta “mangiando” il pianeta, consumando le sue risorse e impoverendolo delle sue specie viventi.

Non sono affatto confortanti o rassicuranti le parole pronunciate nella prima serata dei Dialoghi di Pistoia da Stefano Mancuso, scienziato di fama internazionale, direttore del laboratorio di neurobiologia vegetale e docente dell’Università di Firenze.

Il suo intervento delinea un quadro drammatico e preoccupante, destinato a peggiorare nei prossimi anni se l’uomo non riuscirà a cambiare radicalmente i suoi stili di vita e il suo rapporto con la Terra: la “casa comune” di tutte le specie viventi che stiamo distruggendo per lo più in maniera inconsapevole, nell’errata convinzione che il mondo possa rigenerarsi all’infinito e possa “assorbire” il nostro impatto ambientale.

Stefano Mancuso sul palco dei Dialoghi (foto di Federico Melani)

Mancuso prende le mosse dall’analisi della particolarità e dell’eccezionalità del nostro pianeta, che noi abbiamo imparato a “vedere” solo in tempi molto recenti, nel 1969 con la celebre foto dell’Alba della Terra scattata dallo spazio e che mostra l’emisfero settentrionale che “sorge” dal buio dell’universo.

“È stata una foto simbolica che ci ha dato una nuova percezione e consapevolezza del nostro pianeta – spiega Mancuso – fino a quel momento si pensava che le risorse in esso presenti fossero illimitate e infinite, secondo un pensiero riconducibile alle teorie economiche di Adam Smith. Adesso invece abbiamo chiara l’infinitesima piccolezza del nostro pianeta all’interno dell’universo, insieme alla sua eccezionalità. Ciò che rende il nostro pianeta unico è la presenza della vita: infatti non esistono evidenze scientifiche della presenza di una qualche forma di vita nell’universo, al di fuori della Terra, anche se gli stessi scienziati sono convinti della possibilità della vita nello spazio secondo un calcolo probabilistico, ma in assenza di prove scientifiche”.

Perché allora la maggior parte di noi è convinta dell’esistenza di una qualche forma di vita nell’universo, pur nell’assenza totale di prove?

“Sì tratta di una bolla cognitiva che nasce dal nostro essere circondati dalla vita e trovarsi al centro della biosfera, quella striscia sottile dove esistono le condizioni per la sopravvivenza degli esseri viventi. Questa convinzione ci porta a compiere un primo grave errore: credere che la vita sulla Terra sia senza limiti e non accorgersi che stiamo perdendo la vita sul nostro pianeta, dove la biodiversità si sta impoverendo e sta diminuendo. Un recente studio compiuto dall’Università di Cambridge suona l’allarme: noi siamo convinti che la vita sulla Terra sia composta dall’uomo e dalle specie animali, ma questi ultimi costituiscono solo lo 0,3% dei viventi, a fronte del 87% delle specie vegetali. Sono proprio gli alberi le prime vittime di questo impoverimento della vita: negli ultimi due secoli a forza di deforestazione abbiamo tagliato più di duemila miliardi di alberi, in particolare distruggendo le “foreste primarie” dei vari continenti. L’attuale problema del riscaldamento globale ha una doppia origine, non è causato solo dall’aumento delle emissioni di gas serra, ma soprattutto dalla riduzione della superficie delle foreste e dei boschi”.

Inoltre, sempre secondo il report scientifico di Cambridge, dal 1970 a oggi, quindi nell’arco di cinquant’anni, il numero totale degli animali presenti nel nostro pianeta si è ridotto della metà, con un generale e drammatico impoverimento della fauna: si cita il caso emblematico degli anfibi, ridotti del 94%, e quello dei mammiferi, che al 97% sono costituiti dall’uomo e da quegli animali che noi alleviamo per finalità alimentari.

“Di fronte a questi dati allarmanti che ci devono preoccupare e far riflettere – aggiunge Mancuso – il problema non è tanto di carattere etico, ma nel capire che tutte le specie viventi del pianeta, animali e vegetali, costituiscono una rete interconnessa di cui noi uomini facciamo parte. Ci stiamo mangiando i viventi, ma ci stiamo mangiando anche le risorse del pianeta, che vengono consumate ed esaurite ben oltre le capacità di rigenerazione: non funziona come il debito pubblico di uno Stato, dove i soldi vengono presi “in prestito”, si tratta invece di sottrarre queste risorse alle future generazioni. Purtroppo questa è anche la conseguenza di una classe politica che a livello globale presenta un’età media molto avanzata, che anche nelle migliori intenzioni non può avere la percezione reale e concreta del problema del consumo delle risorse che andranno a impoverire e mettere in difficoltà chi verrà dopo di noi”.

Un altro grande problema è il processo di urbanizzazione ancora in corso, con il continuo abbandono delle aree rurali e il trasferimento di milioni di abitanti nelle città, che nella nostra epoca sono diventate il centro della nostra vita con tutte le criticità collegate. Da qui la necessità di trasformare e ripensare le nostre città e soprattutto l’idea che abbiamo di esse, cercando di farle diventare qualcosa di diverso, qualcosa di più sostenibile e attento all ambiente.

Mancuso fa poi una serie di esempi pratici e concreti per far comprendere al pubblico quanto sia notevole e “spropositato” l’impatto dell’uomo sul mondo e sulla natura, e quanto sia errata la percezione dell’uomo di essere la specie vivente “migliore” e più sofisticata presente sul pianeta. Quest’ultima concezione è falsa: la stessa evoluzione, come diceva Darwin, non premia la specie più forte, ma la più adatta, e la specie migliore non è quella più intelligente o dominante, ma quella che riesce a sopravvivere più a lungo delle altre. Questa è la “gara” a cui anche noi uomini partecipiamo: una competizione dove la durata media di una specie è di 5 milioni di anni, mentre la nostra specie di homo sapiens è presente da 300mila anni, quindi giovanissima rispetto a tutte le altre.

“Sono convinto che il nostro cervello rappresenti un grande vantaggio evolutivo, ma dobbiamo cominciare a usarlo nella maniera corretta – conclude Mancuso, lasciando uno spiraglio di speranza per il futuro – e soprattutto non ci possiamo più comportare come bambini che sfasciano la loro casa senza preoccuparsi delle conseguenze, come se il mondo finisse il giorno dopo”.

L’appuntamento – con un pizzico di amara ironia – è quindi fra 4,7 milioni di anni: se la specie umana non si sarà estinta e sarà sopravvissuta, allora avrà dimostrato la sua capacità di adattamento, evitando di autodistruggersi insieme al resto del pianeta.

Related Articles

Rispondi

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome

ULTIMI ARTICOLI