di Marta Meli
PISTOIA – Da dove nasce la “sfrenata” curiosità di viaggiare? Cosa può insegnarci il nomadismo rispetto alla conoscenza dei luoghi e delle storie? Qual è l’origine del mondo? E, infine, cos’è che ci rende vivi?
Nell’evento conclusivo dei Dialoghi sull’uomo, Neri Marcorè ha letto e interpretato alcuni estratti de Le vie dei canti (1987) di Bruce Chatwin.
Un reportage di viaggio, che è anche un racconto antropologico, frutto di un’avventura di vita vissuta in Australia alla scoperta della cultura e della popolazione autoctona.
L’osservazione e l’immersione sono certamente mezzi indispensabili per conoscere l’alterità e la differenza. I nomadi sono il “motore della storia”, i canti sono la “mappa e l’antenna” che ci permettono di trovare la strada da percorrere. Questa è una buona occasione per conoscere il mondo, conservare le memorie per capire il presente, sviluppare l’immaginazione, “viaggiare”, anche attraverso le pagine letterarie. E scoprire, come a rivelare un segreto, che “l’Australia intera poteva essere letta come uno spartito”, perché “cantare era esistere”.

“È il cammino a mantenere vivo il mondo – ha letto Neri Marcorè – è la capacità di leggere il territorio, in uno spaesamento voluto e ricercato che come l’orizzonte dei nomadi si sposta con te”.
Un commisto di solitudine e incontro, allucinazione ed esilio, per scorgere nella profondità dell’irrequietezza e della disperazione umane l’illusione del mondo, tra movimento e immobilità, dove la terra e le vite animali sono l’essenza del nutrimento.
E quando quest’ultimo viene dimenticato, si cela nell’oblio dando origine alla violenza perpetua che è parte della società. Un primo indizio, allora, lo si trova mettendoci in cammino, dando un nome alle cose, esprimendo il pensiero mediante parole e linguaggi e, con gli stessi, comporre dei versi ricordando che fino a quel punto “tutto sonnecchiava sotto la superficie in attesa di essere chiamato”.
Dai “miti della creazione” che riecheggiano “il tempo del sogno”, ossia l’epoca ancestrale che precede la creazione del mondo, la parola “poesia” ci spiega da dove arriva e perché è così pregna di significato: dal latino pŏēsis, ossia “composizione”, “invenzione”, “creazione”.
“Chissà, mi domandai, se il nostro bisogno di svago, la nostra smania di nuovo, era, in sostanza, un impulso migratorio istintivo, affine a quello degli uccelli in autunno?” Qui, in questa mirabile lettura ad alta voce, che è più simile a un’esperienza, è riposto il messaggio della possibilità e della scelta: la libertà o l’oppressione. Cos’è il “possibile”? È una pluralità di segni? È forse nel cammino, nella dimensione del viaggio e nell’altrove che si può trovare una qualche risposta.
“Quel che ora sapevo delle Vie dei Canti sembrava confermare l’ipotesi con cui mi baloccavo da tanto tempo: e cioè che la selezione naturale ci ha foggiati dalla struttura delle cellule cerebrali alla struttura dell’alluce per una vita di viaggi stagionali a piedi in una torrida distesa di rovi o di deserto – ha concluso Marcorè con un ultimo e “potente” frammento dal libro di Chatwin, conducendo nel brivido e nello stupore il pubblico presente.
“Se era così, se la ‘patria’ era il deserto, se i nostri istinti si erano forgiati nel deserto, per sopravvivere ai suoi rigori allora era più facile capire perché i pascoli più verdi ci vengono a noia, perché le ricchezze ci logorano e perché l’immaginario uomo di Pascal considerava i suoi confortevoli alloggi una prigione”.










