mercoledì, Settembre 9, 2026

Dialoghi, uomo e natura nell’arte secondo Angela Vettese

di Letizia Porcù

PISTOIA – “Arte e natura. Le nuove, stupefacenti forme di un amore” questo il titolo dell’intervento della storica dell’arte Angela Vettese alla quattordicesima edizione dei Dialoghi di Pistoia.

Spostato dalla sala di Palazzo dei Vescovi al Teatro Bolognini per venire incontro alla numerosa richiesta di biglietti, l’analisi di Vettese si basa sul legame indissolubile che da sempre c’è stato tra arte e natura.

“Ci sono sostanzialmente due modi con cui l’essere umano affronta la natura – inizia la storica dell’arte – da un lato vogliamo possederla e conoscerla, dall’altro non la conosciamo affatto.”

La storica dell’arte Angela Vettese ai Dialoghi

Proiettate sul telo bianco del fondale, si susseguono varie immagini di musei che raccolgono bacheche e teche piene di piante, portando alla luce il bisogno dell’uomo (animale tassonomico) di osservare e catalogare la natura, mettendola sotto vetro per poterla conoscere meglio.

Un esempio di questo lo vediamo nel Museo di Storia Naturale di Lione, che alterna schermi interattivi che mostrano la natura a erbacce lasciate crescere lungo il percorso. La domanda da porsi è: “È giusto che il museo debba seguire una catalogazione per essere appetibile a bambini, ragazzi e adulti?” Secondo Vettese tutto questo toglie serietà al nostro approccio verso la natura.

L’uomo ha sempre avuto dentro di sé il concetto di modificazione del paesaggio, sia per un proprio vantaggio come l’agricoltura, sia per una questione estetica come nel caso dei giardini, ma fino agli anni ‘70 nessuno era intervenuto su grandi quantitativi di terreno. Nel 1969 lo scultore Walter de Maria crea il suo “Lightning field”: un’installazione di 400 pali metallici nel deserto del New Mexico, un’opera di land art che permette di godere (durante le 24 ore di permanenza) di uno spettacolo naturale di fulmini che si intrecciano tra loro.

Altro celebre esempio di land art si ha con “Spiral Jetty” di Robert Smithson, del 1970: la spirale creata nel Great Salt Lake è stata realizzata portando con le ruspe il materiale delle colline retrostanti. L’idea di Smithson era quella di produrre un’opera d’arte viva, che mutasse con lo scorrere del tempo. Infatti, durante gli anni, questa spirale da visibile è diventata invisibile quando sommersa dalla maggior quantità d’acqua e viceversa nei momenti di siccità.

Negli anni ‘60, Giuseppe Penone propone la sua visione del rapporto uomo-natura con l’opera “La mano che resiste”: si tratta di un calco in bronzo della sua mano che stringe il tronco di un albero. Con il tempo, l’albero si è adattato alla presa, modificando la sua crescita. Con questa opera Penone vuole sottolineare come le nostre azioni verso la natura siano sia di affetto che di violenza allo stesso tempo: la mano sull’albero può essere vista come carezza, ma anche come presa aggressiva, quando potiamo le piante le stiamo rendendo più belle ma allo stesso tempo stiamo facendo loro una violenza.

Vettese porta l’attenzione anche sull’opera di Joseph Beuys, che nel 1982 ha fatto mettere a dimora settemila querce: questa operazione, fatta in ottica di riparazione contro la distruzione della guerra, vuole essere un’opera d’arte infinita.

Angela Vettese conclude la rassegna di opere d’arte che legano l’uomo e la natura con questa frase: “Premetto che si aprirebbe un’altra questione di cui potremmo parlare per ore, ma dobbiamo chiederci: tutto questo è arte? Se intendiamo “arte” come qualcosa che ci scuote, come qualcosa che ci fa riflettere, sì.”

Queste e molte altre opere, infatti, vogliono puntare il riflettore sul fatto che la natura non può essere domata, la natura segue il proprio corso, e l’uomo dovrebbe fare un passo indietro senza cercare di addomesticarla a tutti i costi.

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