PRATO – Due pugni guantati di nero levati al cielo di Città del Messico, in quello che forse è considerato il gesto politico più clamoroso compiuto durante i Giochi olimpici moderni.
Un gesto immortalato dalle televisioni e dai fotografi presenti in quel momento, dall’impatto dirompente sull’opinione pubblica e divenuto subito iconico, ma che ha costretto i suoi autori a vivere per molti anni nell’oblio e sotto stretta sorveglianza finché, solo in tempi recenti, hanno ricevuto il giusto tributo e riconoscimento per la loro vittoria sportiva e per il loro impegno nella lotta per i diritti civili degli afroamericani.
Quella dei due atleti che sul podio della premiazione alzano i pugni è un’immagine divenuta quindi famosissima, ma poco nota è loro vicenda personale e sportiva e soprattutto l’idea da cui è nato quel gesto che all’epoca fece scandalo e rappresentò un vero e proprio “cazzotto nello stomaco” dell’America di fine anni Sessanta.
Una storia che al Teatro Garibaldi di Prato è stata raccontata da Federico Buffa, giornalista, cronista sportivo e scrittore, affermato storyteller e narratore di storie di sport, in particolare sui campionati mondiali e sul calcio sudamericano. Accompagnato dalle note del pianoforte di Alessandro Nidi e da immagini d’epoca proiettate a parete, Buffa ha condotto gli spettatori un un viaggio affascinante e coinvolgente tra le pieghe di questa storia che intreccia sport e politica, interessi economici e diritti sociali, tratteggiando con maestria i profili dei vari personaggi coinvolti e rivelandoci aneddoti e vicende personali.

L’anno scorso Buffa trasportò il pubblico del Garibaldi fra le tante storie che animarono il Mundial spagnolo dell’82 che vide la nazionale italiana guidata da Bearzot laurearsi campione del mondo per la terza volta; adesso la sua narrazione ci riporta ancora più indietro nel tempo e dall’altra parte dell’oceano, nella Città del Messico teatro dei Giochi della XIX Olimpiade, che si tenero dal 12 al 27 ottobre 1968.
È un anno tra i più complessi dell’era moderna, attraversato da tensioni e rivoluzioni e segnato da eventi drammatiche: la contestazione studentesca, il Maggio francese, la primavera di Praga, la guerra civile e la carestia in Biafra, le rivolte in Sudafrica, l’apice della guerra del Vietnam. L’America è scossa dai due omicidi a sfondo politico, avvenuti a due mesi di distanza, di Martin Luther King e Robert Kennedy, mentre i giovani protestano contro la guerra e la comunità afroamericana è in fermento, forte della consapevolezza della propria lotta per l’uguaglianza, la giustizia e i diritti civili, in un’epoca dove razzismo e discriminazioni prosperano soprattutto negli Stati del Sud.
Ed è proprio nella comunità nera di San José in California che prende avvio la storia di Tommie Smith e John Carlos, due formidabili atleti afroamericani che fin dagli studi superiori devono fare i conti con il colore della propria pelle e con le grandi difficoltà che incontrano nella realtà statunitense per far valere i loro diritti, come ottenere una borsa di studio o prendere parte alle selezioni per i Giochi olimpici. C’è chi non vorrebbe nemmeno portarli a Città del Messico ma alla fine, con una buona dose di ipocrisia e cinismo, il comitato olimpico statunitense decide di puntare sui due atleti perché quasi certi vincitori dei 200 metri piani.
Tommie e John atterrano quindi in una città dalle molte contraddizioni, dove appena dieci giorni prima dell’inizio delle Olimpiadi, nella centrale piazza intitolata le tre culture fondative del Messico, si era consumata una strage di studenti in protesta pacifica contro la corruzione e il governo repressivo e autoritario del presidente Ordaz. Un’autentica carneficina compiuta dall’esercito e dai reparti speciali del presidente su giovani inermi, testimoniata in diretta anche dalla giornalista e reporter italiana Oriana Fallaci, che tra l’altro rimase ferita a un occhio dagli spari dei militari dagli elicotteri che giravano a bassa quota sopra la piazza, colpendo dall’alto i manifestanti. Una pagina nera nella storia delle Olimpiadi che però non impedì al presidente Ordaz di presiedere la cerimonia di apertura come se nulla fosse accaduto, grazie alla complicità dell’allora presidente del CIO Avery Brundage, il quale si affrettò a minimizzare l’accaduto per evitare ogni forma di boicottaggio o di ulteriore indagine che potesse offuscare l’immagine dei Giochi.

Figura alquanto discussa per le sue malcelate simpatie naziste e per essersi rifiutato di boicottare i giochi di Berlino del 1936, estromettendo dalla selezione americana gli atleti ebrei non graditi al regime di Hitler, Brundage è la perfetta immagine di un dirigente cinico e opportunista il cui unico obiettivo è salvaguardare l’interesse economico e l’equilibrio geopolitico nell’organizzazione e nelle assegnazioni delle Olimpiadi. Inutile anticipare che fu un suo “intervento” a mettere pressione sulla Federazione statunitense risulterà decisivo nell’estromissione di Tommie e John dai Giochi e nel loro allontanamento dall’attività sportiva.
Già, Tommie e John: come da pronostico la finale dei 200 metri piani si conclude con un doppio trionfo, Tommie vince la medaglia d’oro e John si piazza terzo. I due atleti si trovano adesso nello spogliatoio insieme al secondo classificato, l’australiano Peter Norman, che tra l’altro scoprono essere un convinto sostenitore dei diritti umani e un attivista in favore della popolazione aborigena. Già dal momento in cui sono sbarcati a Città del Messico hanno in mente di compiere qualcosa di concreto e di eclatante durante la cerimonia di premiazione, come segno di solidarietà e appoggio alla lotta per i diritti degli afroamericani e come gesto di rifiuto contro un’America che li disprezza come “negri” e si ricorda solo di loro quando riportano a casa le medaglie olimpiche.
Voltarsi dall’altra parte durante l’esecuzione dell’inno? Togliersi le felpe della Federazione? Chinare il capo di fronte alla bandiera (come nella stessa edizione dei Giochi fece la ginnasta ceca Vera Caslavska, sostenitrice di un nuovo socialismo e delle istanze portate dalla primavera di Praga, che durante l’inno sovietico abbassò la testa e per questo andò incontro a un ritiro forzato dalle competizioni e al divieto di viaggiare al di fuori dei confini della Cecoslovacchia)?
Nello spogliatoio ci sono un paio di guanti neri, e da lì l’idea: ciascuno indosserà un guanto, e alzerà il pugno al cielo. Le parole di Buffa ci fanno entrare nei pensieri dei due atleti, ci svelano le loro paure, le loro emozioni, fino a quei venti secondi, interminabili e liberatori, in cui restano immobili sul podio durante l’inno americano, il pugno in alto e il capo chino, quasi a disegnare una smorfia, ma con la consapevolezza di star facendo qualcosa che tutto il mondo guarderà, che molti disprezzeranno, ma che ad altri darà forza e speranza.
È un gesto che segna per sempre la loro carriera sportiva ma anche la loro vita di uomini: rientrati in California in silenzio e senza alcun riconoscimento ufficiale per le medaglie vinte, emarginati e seguiti per anni dagli agenti federali, condannati a una sorta di esilio forzato e di oblio che solo negli ultimi vent’anni è stato spezzato.

Tommie e John hanno avuto dediche e statue, sono stati “riabilitati” da una società che ai tempi non capì il loro gesto, clamoroso e allo stesso tempo non violento, scambiandoli per due pericolosi agitatori e sobillatori dei “riots” delle comunità nere, vicini alle idee di Malcom X. Sono stati invitati a parlare e a raccontare la loro esperienza in varie parti del mondo, diventando simboli viventi del coraggio di chi lotta per l’uguaglianza e i diritti e della solidarietà verso gli oppressi e i discriminati: non sono mai stati veri e propri “amici”, ma le circostanze li hanno resi vicini, complici nel condividere il medesimo destino.
Ma, come avverte Buffa in conclusione, non chiamateli eroi: il loro non è un mito da celebrare, ma un patto da rinnovare e da trasmettere alle nuove generazioni, perchè il cammino per i diritti e la libertà è ancora lungo.









