giovedì, Settembre 10, 2026

Elio Capecchi, una vita in musica per dare voce alle emozioni

di Elisabetta Branchetti

PISTOIA – Elio Capecchi è un artista poliedrico la cui tristezza interiore si trasforma in allegria durante i suoi live. Elio Capecchi non è un cantante né un chitarrista nella loro accezione classica, ma un interprete di emozioni, un cultore della musica.

Elio Capecchi

Elio è una persona fondamentalmente triste, tendenzialmente un eremita per scelta. Ha bisogno del suo silenzio, del suo mondo di libri e colori e musica. E non a tutti piace.

Se gli chiedi di descriversi risponde: “Ora, descrivermi mi pare tanto: brutto, basso e grasso. Ma, effettivamente, bellissimo”.

Quando ti sei avvicinato alla musica? Hai iniziato il tuo percorso artistico cantando o suonando?

Mi sono avvicinato appena nato perché il babbo era un cantante di musica lirica, un baritono, per cui Verdi, Puccini, Mozart in casa mia erano ospiti fissi. Ma a 3 anni già mi piacevano più i colori e le luci del varietà della domenica pomeriggio al Manzoni a vedere Mario Marotta. Il ritmo da poter ballare per me era importantissimo. Il ballo è sempre stato fondamentale nella mia scelta musicale. Lo sanno i miei musicisti “se non fa ballare non mi piace”. Poi mi son fatto circa 8 anni di radio libere prima di decidere di prendere uno strumento in mano. Comunque, anche se volevo diventare un chitarrista, ho cominciato cantando, in fabbrica, per evadere con la testa.

Elio Capecchi

Sei un conoscitore del panorama musicale del rock raccontaci chi è il tuo artista preferito qualche aneddoto

E’ bene precisare: io non sono un conoscitore, mi ritengo un appassionato. E questo comporta un percorso. Diciamo che in sessant’anni, ho avuto occasione di spaziare l’ascolto in tanti ambiti musicali al punto che ho capito una verità, che enunciava sempre il grande Louis Armstrong: “La musica si divide in due: quella che ti piace e quella che non ti piace”. Per cui non ho un artista preferito, ma tanti, in epoche per me differenti. Il primo vero grande amore sono stati i Led Zeppelin, ma arrivarono dopo anni di tutto quel calderone di Rock che erano gli anni ’70. Cioè, avevo delle basi per poter scegliere. Quando scoprii la discoteca, scelsi i Bee Gees. Ma poi come fai a non farti travolgere, oltre dalla musica, dallo stile di vita di quei brutti ceffi che sono Keiff e Mick dei Rolling Stones. Musica e carisma da poter essere regalati nel deserto; e poi Bruce. Il Boss ha incarnato la quintessenza del mio credo in campo del la musica Rock. Mi ha portato alle origini e mi ha insegnato a non sottovalutare il nuovo, cosa molto denigrata dagli anziani rocker. Ma inutile che ti stia a parlare delle mie cotte musicali con Sam Coooke, Tom Waits o essere investito a Cascina dei Jane’s Addiction; i Massive Attack. C’è un sacco di musica bellissima nelle novità. Il problema è che le radio non svolgono più quel compito di istruire i giovani all’ascolto di una musica globale ma chiudono. E questo è un peccato. Noi negli anni delle radio libere (“ma libere veramente”, come diceva Eugenio Finardi) lo facevamo.

Elio Capecchi

Hai formato diverse formazioni di musicisti durante il tuo percorso, quali sono e che tipo di repertorio avete interpretato

Bella domanda! Quanto tempo hai a disposizione? Dunque, la prima formazione furono i ragazzi del gruppo della strada, la Sticky Fingers Band, che la dice già lunga sui miei gusti personali. Quelle cose di gioventù, che nemmeno capisci per quale motivo accadono, ma accadono. E quell’innocenza non sarà più replicabile. Che meraviglia! Da quel primo nucleo però prese vita un qualcosa che aveva senso, lo vedevi negli occhi della gente che ci veniva a vedere. Certamente, il livello musicale era quello dei principianti, è normale, ma il fuoco che ardeva dentro ciascuno di noi sfidava ogni cosa. Un coraggio che, se ascolto oggi quelle cose, è è il risultato del trasporto degli anni che ti porti addosso in quel momento. Dunque vengo chiamato dai Flexible Strategies come cantante e dato che si stavano formando dei grossi attriti a livello di amicizia nella Sticky, presi la strada più semplice e me ne andai in questa novità sonica in cui io non avevo nessun riferimento. E le sfide, se son serie, a me sono sempre piaciute. Ma da quell’embrione nacquero i Rumble Beat, il vero-gruppo. Sono stati 4/5 anni mai più ripetuti, ad un passo dalla professione. Purtroppo, come succede spesso, nei gruppi ci sono delle forti personalità, eccentriche e geniali che, lì per lì, magari, l’ottusità non le fa riconoscere. Ed è anche questo il bello. Poter dire un giorno che io ho suonato con lui, a quei tempi… Continuando l’elenco, ci sono stati gli Smokin’ O.P.’s con cui registrammo due brani che appaiono sul CD “Un Blues Per Paolo”, un gruppo fatto per non perdere l’allenamento, dato che nel frattempo ero diventato “babbo” di Eleonora. Qualche anno dopo, alla fine del 2000, mi chiamano Santino e il Biagio della vecchia SFB per far qualcosa, nascono i TaraBaralla, che accompagneranno, con varie formazioni, Pistoia fino al 2020, compreso il nostro inno mai inciso ma cantato da tutti: “Ganasha Boogie”. Parallelamente mi venne voglia di fare anche qualcosa di diverso, o meglio “più di nicchia”, o con altri musicisti, o altre cose… perché vedi, la monotonia è noiosa e c’è bisogno di nuova linfa, nuovi punti di vista. Così nacquero i Dusty Broom con cui frequentavamo le strade polverose delle origini del Blues, e poi i Patasciò, nell’ambito della musica italiana medio-alta. Ecco, quel gruppo adesso si chiama L’Orkestraccia Light, è nato dopo che è finito il vecchio mondo col COVID19. Per tornare nelle piazze, a cantare tutti insieme. E questo la lingua italiana, pare strano, ma in Italia, avvantaggia.

Hai scritto pezzi tuoi?

Da sinistra, Marco Frosini “Ganasha” ed Elio Capecchi al concerto in memoria di Claudio Tesi

Mah, se scrivere pezzi propri vuol dire un paio in vent’anni, allora sì. Il primo pezzo fu scritto apposta per poter accedere alla selezione del Contest di Pistoia Blues del 2006, l’ormai Tara-inno “il Boogie di Ganasha” che ci permise di aprire la serata a Bob Dylan, non dico altro. Poi nel “cassetto” dimorano alcuni brani ed uno che ho tirato fuori ultimamente è “Biroldo e Noia”, chiaramente il mio tributo alla città del cuore, quella che ti dà i natali, che ti accoglie. Ma la pigrizia, in me la fa da padrona e non è ancora finita d’incidere. Vi prometto che da qui a poco…

Dal cassetto dei sogni li hai estratti e realizzati tutti?

Ma no! Ma neanche un quarto, il meglio ha ancora da venire. Se devo essere sincero, dico che le soddisfazioni non mi sono mancate. Me ne sono tolte tante, molte, come aprire lo show a Willy De Ville o a Mr. Premio Nobel Bob Dylan. O sentire ancora oggi la gente che canta “Il Boogie di Ganasha”, canzone incisa tra di noi alla buona e mai pubblicata, e capire che è rimasta nella memoria dei pistoiesi mi fa immenso piacere. E mi dà la possibilità di poter onorare la figura del più grande chitarrista rock che noi abbiamo avuto: Marco Frosini.

Hai mai pensato di lasciare la musica?

No, ma adesso sì, ci sto pensando. Ed è per questo motivo che ho fatto la festa del mio 60° anno e sto visualizzando la prossima, che sarebbe intorno al 21 di aprile del 2025, cioè 40 anni da quando ho comprato la famosa chitarra elettrica da Marino. E sarà con molti degli amici musicisti con cui ho condiviso il palco, progetti, serate. Alcuni purtroppo, ci hanno lasciato e non è possibile sostituirli. Strumentalmente sì, ma non di anima. E nella musica, l’Anima, è tutto. Sarà una bolgia dantesca per quanto riguarda la musica pistoiese di oltre 40 anni… Lei it Rock.

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