PISTOIA – Una commedia dalle tinte “gialle” e “noir”, un mistero in apparenza assurdo e irrisolvibile che dà avvio a situazioni grottesche e paradossali, fino al “colpo di scena” capace di sciogliere il dramma e regalare un “lieto fine”.
Ci sono molti elementi “classici” della commedia, con echi che vanno dal teatro di Plauto fino a quello di Beckett, ne “I delitti di via dell’Orsina”, opera portata in scena da Andrèe Ruth Shammah al Teatro Manzoni di Pistoia.

Si tratta di una riscrittura e adattamento dall’originale “L’affaire de la rue de Lourcine” (1857) del commediografo francese Eugene Labiche: un’opera poco nota al grande pubblico, raramente rappresentata, che Shammah ha tradotto e “rivisitato”, trasferendo la storia narrata dalla Parigi di metà Ottocento a una città italiana nella prima metà del Novecento.
L’esito è una commedia dai contorni grotteschi, all’inizio quasi surreale, in cui una serie di coincidenze e paradossi sembrano far scivolare la storia verso un finale già scritto, salvo poi, con un magistrale colpo di scena, far crollare in un attimo, come un castello di carte, tutte le certezze fino a quel momento acquisite dallo spettatore.
La vicenda prende avvio una mattina, all’interno di una camera da letto in una dimora dell’alta borghesia cittadina. Al risveglio, ancora stordito per i bagordi della sera precedente, quando si è recato a una festa con alcuni ex compagni di liceo, il padrone di casa scopre di non aver dormito da solo: accanto a lui c’è, inspiegabilmente, un secondo individuo che ha trascorso la notte insieme a lui.
Chi è? Come ha fatto a finire nel suo letto? Si scopre presto che l’altro uomo è un suo amico, ex compagno di banco al collegio, e che i due – interpretati da Massimo Dapporto e Antonello Fassari – hanno passato insieme la serata, della quale però ricordano ben poco, annebbiati dai fumi dell’alcol: solo pochi particolari, solo qualche “flash” improvviso che non permette di ricostruire quanto accaduto.
Sembrerebbe un fatto da poco, una “sbronza” come tante altre, eppure con il passare dei minuti cresce la suspence e il mistero si infittisce quando i due uomini scoprono alcuni dettagli via via sempre più strani e inquietanti: la grande sete che li attanaglia, le mani sporche di carbone, gli oggetti personali perduti nella notte.
E, fatto ancor più singolare, da un giornale apprendono che la sera precedente è stato consumato un efferato delitto in via dell’Orsina, proprio dove i due uomini sono stati visti camminare insieme l’ultima volta: una giovane carbonaia è stata brutalmente uccisa da ignoti, e tutti gli indizi sembrano portare proprio in direzione dei due. Nella loro mente che non ricorda più nulla si fa strada la possibilità, sempre più reale e concreta, di aver commesso l’orribile delitto, e la necessità di far sparire sia le “prove” del crimine, sia gli “scomodi” testimoni. Ormai convinti di essere diventati due omicidi, riusciranno, tra goffi tentativi e scene surreali, a sfuggire alla giustizia?

Per Shammah la commedia, “pur leggera e divertente, vuole proporre una riflessione più profonda sull’assurdità e l’insensatezza di certe situazioni quotidiane” e una grossa “mano” viene data dai due attori protagonisti, Dapporto e Fassari, ottimi nella rappresentazione dei due personaggi: uno ricco, benestante ed elegante, l’altro girovago, rozzo e volgare. Un contrasto che tra gag divertenti e qualche “battibecco” arricchisce la commedia, smorzandone un po’ il carattere drammatico, e tenendo alta l’attenzione del pubblico in previsione del “colpo finale”.









