di Matteo Brizzi*

“L’Europa si trova di fronte a una sfida esistenziale. La nuova realtà geopolitica, segnata dal ritorno della guerra sul suolo europeo, dall’instabilità ai confini e dalla crescente pressione delle autocrazie globali, impone un cambio di passo immediato. Eppure, il nostro continente continua a muoversi con la lentezza di uno strumento con le pile scariche, intrappolato in meccanismi decisionali degli anni ‘90 e in una governance che non è più adeguata ai tempi. È evidente: l’Europa, così com’è oggi, con i suoi 27 stati e l’obbligo dell’unanimità su decisioni cruciali, non può funzionare. Mentre Trump, Putin e le altre autocrazie decidono con rapidità, noi restiamo impantanati nelle nostre procedure, incapaci di reagire con la stessa prontezza. Se vogliamo sopravvivere come potenza globale, è tempo di cambiare marcia.
Difesa e politica estera: serve un format più snello
Due settori emergono con urgenza: la politica estera e la difesa. La recente iniziativa del presidente francese Emmanuel Macron di riunire un gruppo ristretto di otto leader europei insieme ai tre vertici dell’UE dimostra che la consapevolezza del problema esiste. Non possiamo più attendere il consenso di tutti per agire in tempi di crisi. L’Europa ha bisogno di un motore politico più agile, capace di prendere decisioni tempestive e incisive.
Ma serve anche maggiore chiarezza e coerenza nella nostra voce sulla scena globale. Oggi abbiamo tre vertici UE – Commissione, Consiglio e Parlamento – che rappresentano l’Unione nei rapporti internazionali, ma questo non significa che debba esserci confusione. Servirebbe un “unico numero di telefono” per la politica estera europea, una figura chiaramente riconosciuta come responsabile delle relazioni con le grandi potenze globali. Una leadership chiara ed efficace è essenziale per far sentire il peso dell’Europa nei dossier più delicati, dalle guerre ai negoziati commerciali. L’Alta Rappresentante per la Politica Estera, al momento l’ex premier estone Kaja Kallas, è al momento priva di vera autorevolezza.
Fa sorridere, in questo contesto, lo scetticismo di Giorgia Meloni, che si mostra riluttante ad accettare questa necessaria evoluzione dell’Europa. Un atteggiamento che rischia di trasformarla in una semplice vassalla di Trump, priva di una visione autonoma per il nostro continente. Si spera che così non sia, perché l’Italia ha tutto l’interesse a essere protagonista di questa svolta, non spettatrice.
Un’Europa allargata, ma con tutele per l’agricoltura
Parallelamente, la discussione sull’allargamento dell’Unione Europea non può ignorare i rischi per alcuni settori strategici, come l’agricoltura. L’ingresso dell’Ucraina, un gigante agricolo che da solo produce quanto l’intera UE, impone una riflessione sulle misure di protezione per gli agricoltori italiani, francesi e spagnoli. Non possiamo permettere che il nostro sistema agricolo venga travolto dalla concorrenza senza strumenti di compensazione e tutela adeguati.
L’Europa deve dimostrare che l’allargamento non significa abbandonare le proprie economie a dinamiche di mercato insostenibili. Il compromesso è possibile, ma va trovato con rapidità e con il coraggio di proteggere i nostri interessi senza rinunciare alla visione strategica di un’Unione più ampia e più forte.
Davanti alla storia, non a rincorrere il tempo
Il punto è chiaro: l’Europa non può più permettersi di essere in ritardo. Servono riforme istituzionali veloci, che rendano l’UE capace di rispondere alle sfide del XXI secolo con la stessa rapidità dei suoi rivali geopolitici. Non si tratta di mettere in discussione l’Unione, ma di renderla più dinamica e reattiva, capace di guidare il cambiamento invece di subirlo.
È il momento di decidere se vogliamo essere protagonisti della storia o se preferiamo restare indietro, condannati a inseguire il tempo che scorre, senza mai raggiungerlo.
* consigliere comunale a Massa e Cozzile
consigliere politico al Parlamento europeo
co-fondatore di Young European Society









