PRATO – Una mostra collettiva di installazioni, video e suoni per evocare, immaginare e rielaborare in chiave artistica le “cartoline” del paesaggio toscano.
Fino al prossimo 8 novembre il Centro Pecci ospita “Cartoline”, mostra conclusiva del primo ciclo di “Supertoscana”, programma di residenze dedicato ad artiste e artisti, curatrici e curatori under 36, promosso dal Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato e sostenuto dalla Regione Toscana attraverso il programma FSE+ 2021-2027 per il sostegno all’occupazione nei beni culturali e nell’arte contemporanea.
L’esposizione collettiva, con opere di Marco Augusto Basso, Carolina Cappelli, Li Cui (Rio), Gaia De Megni, Giulia Menegale, Beatrice Miniaci, Rebeca Pak, Peng Shuai Paolo, Colin St. Mary, Arianna Tremolanti e curata da Marco Augusto Basso, Giulia Menegale e Arianna Tremolanti, interroga il tema del paesaggio toscano guardando ad esso come ai due lati di una cartolina.
Davanti vedute scelte per una rappresentazione ufficiale, patinata e stereotipata dei luoghi più iconici e delle immagini più note al turismo di massa; sul retro i racconti, i ricordi e le contraddizioni delle esperienze di chi quei luoghi li attraversa. Il paesaggio si rivela così terreno di tensioni, tra tutela e sfruttamento, memoria individuale e narrazione ufficiale. In questo orizzonte, ogni voce fuori posto, ogni stridore o rumore disallineato è un brusio di fondo che impedisce una lettura omogenea e codificata, e apre possibilità alternative e sentieri poco battuti.
Le installazioni e gli interventi curatoriali presentati in “Cartoline” seguono alcune di queste strade e compongono una polifonia di voci e di sguardi, esito dei mesi trascorsi dai partecipanti alla residenza in diversi luoghi della Toscana e a contatto con comunità distanti per storia, persone e geografia.
La collettiva, che si compone di tredici opere totali fra installazioni site-specific, sculture e registrazioni sonore, non è allestita in un’unica sala del Centro Pecci, ma si articola in una serie di interventi diffusi tra pianterreno e primo piano, coesistendo con alcuni ambienti apparentemente “marginali” della struttura o dialogando con le opere della collezione permanente.

Il percorso espositivo parte dalla scala d’ingresso del museo dove troviamo l’installazione Rebaixos di Rebecca Pak: un insieme di abiti di tessuti colorati e sgargianti, richiamo alle feste rinascimentali, al settore tessile pratese e ai colori delle contrade del Palio di Siena, sormontate da maschere in cartapesta, nelle quali si può leggere un omaggio al carnevale, appuntamento da sempre molto sentito nella nostra regione.
Salendo al primo piano, un lato della sala è interamente occupato dall’installazione diffusa I flew straight into the burning wick di Colin St. Mary, che propone una serie di oggetti e di materiali di scarto ricomposti e riadattati al nuovo contesto, frutto della sua esperienza a contatto con le infrastrutture pesanti nel porto di Livorno.
Poco distante, in stretto dialogo con la collezione permanente “Eccentrica”, troviamo ALIENS di Marco Augusto Basso, installazione sonora in cui strani “alieni” sospesi a mezz’aria sorprendono il visitatore raccontando storie e proponendo ambienti sonori propri del paesaggio toscano; poi il Concerto per quartetto d’archi e Livorno della compositrice Beatrice Miniaci, video in cui la musica di un concerto registrato di un quartetto d’archi si intreccia con gli ambienti sonori del porto commerciale di Livorno con le sue banchine e i suoi magazzini; e infine Tropicana di Carolina Cappelli, performance visiva e sonora che prendendo spunto dalla residenza dell’artista a Baratti mette in guardia contro i “falsi miti” dell’estate italiana, tra rievocazioni nostalgiche e timori di un’imminente catastrofe.
Riscendendo al piano terra e proseguendo verso la caffetteria del Centro Pecci, lungo il corridoio si incontra I scraped my knees and lost my keys ancora di Colin St. Mary, che attraverso varie pratiche scultoree come fusione, calco e assemblaggio, recupera e rielabora materiali di scarto per dare vita a nuovi soggetti.

Ma anche gli spazi esterni dell’anfiteatro sono coinvolti dalla mostra: a dominare la scena è la curiosa installazione site-specific Nomadic Garden di Peng Shuai Paolo, che compone un paesaggio temporaneo e mobile con una fontana centrale alimentata a energia solare e intorno quattro sezioni geometriche, simili a vasche in cui piccole piante sono coltivate con tecnica idroponica. È un autentico “giardino in miniatura” che l’artista riprende dalla tradizione, ben presente nelle ville toscane, del giardino rinascimentale all’italiana, “aggiornato” all’età contemporanea grazie alla sua alimentazione tramite energia pulita e alla compresenza di specie vegetali originarie di Italia e Cina, quasi a voler simboleggiare un “ponte” tra questi due Paesi e le loro civiltà.
Gli spazi vicini sono coinvolti dalle due opere CRAA! e Uccellacci di Arianna Tremolanti, che attraverso un tappeto di stoffa con sopra un gruppo di dieci corvi immagina un parco invisibile in cui gli uccelli gracchiano insieme ai visitatori; una traccia audio diffonde nell’ambiente sogni, allucinazioni, riflessioni e momenti di vita vissuta nel corso della residenza artistica che vengono narrati dalla voce degli stessi corvi, secondo un modello letterario e cinematografico dalla lunga tradizione, da Tasso a Pasolini passando per Collodi. I “pennuti parlanti”, narratori onniscienti e conoscitori del futuro, diventano così lo strumento capace di rivelare agli ascoltatori le emozioni più nascoste e intime dell’artista, all’interno di un’atmosfera dove inconscio e realtà tendono a sovrapporsi.

In fondo al corridoio, nella saletta circolare dell’ex ingresso al museo, l’ambiente è interamente occupato dall’installazione Take Time di Li Cui, una costruzione esagonale composta di pannelli mobili che si ispira ai principi dell’architettura sperimentale di Vittorio Giorgini e della sua Casa Esagono, visionario progetto realizzato nel 1956 nella pineta presso il golfo di Baratti. Nell’opera di Li Cui gli studi sulla spazialità e sulle nuove soluzioni architettoniche si intrecciano e si uniscono con il tema della memoria, evidenziato da un vinile che riproduce una composizione di suoni ambientali e marittimi registrati presso le scogliere toscane, dando all’osservatore-ascoltatore l’idea di un progressivo quanto impercettibile rallentamento del tempo.
A chiudere la collettiva è infine il cortometraggio American Night di Gaia De Megni, che mette in discussione il paesaggio toscano – in particolare i campi e i filari di cipressi della campagna vicino Pienza, immortalati dal grande cinema hollywoodiano come ne Il Gladiatore di Ridley Scott – come un’immagine facilmente consumabile, interrogandosi sui processi attraverso i quali un territorio viene reso desiderabile, narrabile o produttivo. È una riflessione di stringente attualità che rimanda al rapporto tra immagini standardizzate di un paesaggio e turismo di massa, cercando appunto di andare oltre le foto “da cartolina” del territorio per indagarne più a fondo la vera natura e identità.










