FIRENZE – Una stagione in chiaroscuro, proseguita sempre tra alti e bassi e nel complesso deludente rispetto alle aspettative iniziali, ma che comunque vede la squadra viola tornare in Europa per il quarto anno consecutivo.

Con la preziosa quanto rocambolesca vittoria di Udine va in archivio per la Fiorentina una stagione a più facce e a più velocità: le difficoltà iniziali incontrate dal nuovo mister, la straordinaria striscia di otto vittorie consecutive in campionato, il dramma di Edoardo Bove, il periodo nero di gennaio, la squadra rivoluzionata nel mercato invernale con l’arrivo di nuovi innesti, il percorso europeo fino alla sfortunata semifinale contro il Betis, la contestazione dei tifosi e i dubbi della dirigenza, fino al colpo di coda con le ultime due vittorie che hanno consentito alla squadra di artigliare il sesto posto finale, l’ultimo valido per la qualificazione alla prossima Conference League.
Un risultato che pareva assai complicato solo due settimane fa, quando la Fiorentina usciva dal campo del Venezia con una brutta sconfitta e una preoccupante assenza di gioco e di stimoli, e con un Palladino appena fresco di rinnovo di contratto fino al 2027 ma messo in discussione dalla piazza insieme al direttore sportivo Pradè e al presidente Commisso, accusati di scarsa ambizione e di scelte sbagliate dal punto di vista tecnico. La vittoria di Udine da un lato ha messo a tacere le voci più critiche, anche in maniera fin troppo severa e ingiusta, sia nei confronti di un tecnico che pur commettendo errori nel corso della stagione ha cercato fin da subito di dare un’identità di gioco alla squadra, sia verso una società che quest’anno ha investito parecchio sul mercato, spendendo nelle due finestre di mercato quasi 70 milioni di euro per l’acquisto a titolo definitivo o il prestito oneroso dei giocatori.
Dall’altra parte però resta l’amaro in bocca per una stagione che si sarebbe potuta concludere diversamente se il mister e la squadra non avessero compiuto troppi passi falsi e perso punti preziosi contro le squadre più abbordabili, in considerazione di una rosa nel suo complesso di maggior valore economico e spessore tecnico rispetto a quelle allenate in precedenza da Vincenzo Italiano.

A giudizio di molti opinionisti e tifosi è mancato quel gradino in più che avrebbe potuto portare la Fiorentina a disputare l’Europa League, secondo un processo graduale di crescita e di consolidamento, oppure a proseguire il percorso in una Coppa Italia che quest’anno ha regalato una grande sospesa – chi avrebbe mai pronosticato un Bologna vincente? – ma che la squadra viola non ha affrontato con la giusta concentrazione e determinazione, venendo eliminata al primo turno da un Empoli poi retrocesso.
Guardando i dati e i numeri, la Fiorentina conclude il campionato al sesto posto finale (miglior piazzamento dalla stagione 2015-2016, la prima sotto la guida tecnica di Paulo Sousa) e a quota 65 punti (come quelli ottenuti nella stagione 2013-2014, quella con Montella in panchina e la coppia d’attacco Rossi-Gomez): cifre che rivelano la bontà del lavoro svolto e risultati che a conti fatti eguagliano quelli delle stagioni migliori nella storia recente dei viola, sicuramente i più alti se guardiamo all’ultimo decennio.
Cos’è allora che non ha funzionato? Certamente la Fiorentina è stata anche “sfortunata” perchè con quei punti totalizzati e con il sesto posto a cose normali avrebbe potuto partecipare all’Europa League, obiettivo al quale era realistico pensare a inizio stagione: ma il trionfo del Bologna in Coppa Italia ha tolto un posto disponibile per la seconda competizione europea, e la contemporanea perdita del posto extra in Champions tramite il ranking nazionale ha fatto sì che la sesta piazza quest’anno valesse solo l’ingresso alla Conference. Ricordiamo che la Fiorentina nel triennio di gestione Italiano si era sempre qualificata in Conference arrivando settima, poi ottava ma beneficiando della squalifica della Juventus, infine ancora ottava ma sfruttando il posto extra in più nelle coppe europee concesso alle squadre italiane.
Se guardiamo più nel dettaglio l’andamento in campionato, notiamo una serie di vittorie, talvolta roboanti, contro quasi tutte le “big”: il Franchi ha visto quest’anno trionfare la viola contro Lazio (2-1), Milan (2-1), Roma (5-1), Inter (3-0), Juventus (3-0) e Atalanta (1-0). Le “grandi” sono uscite da Firenze con le ossa rotte, per una serie di successi che non si vedevano in città da moltissimi anni, ma allo stesso tempo, sull’altro piatto della bilancia dobbiamo mettere alcuni risultati veramente deludenti contro squadre che poi sono retrocesse o si sono salvate all’ultimo soffio: gridano ancora vendetta i punti persi in casa e in trasferta contro il Monza fanalino di coda e il Venezia, o il punto buttato via ingenuamente a Verona al sesto minuto di recupero.

È chiaro che nel bilancio finale di una stagione non si può ragionare con i “se” e con i “ma”, tuttavia è proprio questo che una parte dell’opinione pubblica sportiva fiorentina rimprovera a Palladino, il quale, un po’ per inesperienza e un po’ forse per eccessiva presunzione nella propria idea di calcio, ha avuto difficoltà a trasmettere un’identità di gioco alla squadra e ha commesso alcuni errori tattici che si sono rivelati fatali e sono costati punti preziosi.
La fiducia che il presidente Commisso e la dirigenza hanno riposto nel mister, fortemente voluto la scorsa estate dopo l’addio di Italiano, è stata confermata nelle scorse settimane con il prolungamento di contratto, avvenuto tra l’altro alla vigilia di una gara fondamentale come la semifinale di ritorno di Conference contro il Betis. Un attestato di stima e di continuità, nonché un modo per dire all’esigente piazza viola che se pure quest’anno ci sono state delle delusioni, il sesto posto dovrà essere visto non come un punto di arrivo, ma come il punto di partenza per costruire una Fiorentina ancora più forte che possa lottare per importanti traguardi.
Si tratta di dare linfa al progetto viola, confermando la guida tecnica a scanso di clamorosi quanto impronosticabili ribaltoni e ragionando sulla rosa tra conferme, possibili addi e nuovi innesti nel prossimo mercato estivo. L’attaccante Moise Kean, dall’alto delle sue 25 reti in stagione di cui 19 in campionato, si è rivelato l’uomo in più della Fiorentina, che sembra finalmente aver trovato il bomber capace di liberarsi dentro l’area e finalizzare la manovra, dopo anni in cui, venduto Vlahovic, l’attacco era rimasto il nervo scoperto della squadra. E poi la conferma di elementi di assoluto livello come Dodò, primatista di presenze stagionali, De Gea versione “saracinesca umana” che ha messo la sua firma su molti successi, Mandragola e Cataldi coppia di centrocampisti capaci di unire quantità e qualità, un ritrovato Gosens a scalpitare sulla fascia sinistra, la crescita di Comuzzo e Pongracic e la “garra” di Ranieri, capitano “anima e cuore” e simbolo di una Fiorentina che non si arrende anche nelle difficoltà.

Dall’altra parte ci sono le delusioni, figlie di una “rivoluzione di gennaio” che nelle aspettative di Pradè e forse dello stesso Palladino doveva portare a un cambio di passo, in considerazione del fatto che per la prima volta la Fiorentina poteva contare su una panchina “lunga” per affrontare tre competizioni, e una notevole varietà di ricambi come non era mai avvenuto nelle stagioni precedenti. E invece alcuni giocatori hanno fatto fatica ad ambientarsi, altri sono stati costretti a giocare fuori ruolo o fuori condizione, altri hanno fatto intravedere qualcosa di buono ma solo a sprazzi: dalla meteora Ndour al troppo discontinuo Adli, passando per Folorunsho presentato come il sostituto naturale di Bove ma ben presto retrocesso nelle gerarchie del mister, fino a Zaniolo altra scommessa persa che dopo nella seconda metà di stagione in maglia viola non è mai riuscito ad esprimersi e a mettere il suo indubbio talento al servizio della squadra.
Si prevede quindi un’estate non di rivoluzioni, ma di rinforzi strategici: alcuni dei giocatori in prestito oneroso non verranno riscattati e torneranno alle squadre di provenienza, consentendo alle casse della Fiorentina un risparmio economico che dovrà essere investito su elementi funzionali alla crescita della squadra. Probabilmente per far quadrare i conti e poter agire sul mercato sarà necessario un sacrificio, come avvenne l’anno scorso per Nico Gonzalez passato alla Juve, ma mai rimpianto dai tifosi viola: su Dodò e Kean sono già piombate le sirene della Premier, e la dirigenza viola dovrà valutare attentamente se privarsi di uno dei giocatori centrali nella squadra.
Ma le vie del calciomercato sono infinite e da qui a fine agosto molte carte in tavola possono cambiare: quel che è certo è che, mentre proseguono i lavori di ristrutturazione del Franchi, in vista della prossima stagione che aprirà il centenario della Fiorentina la proprietà intende proseguire nel percorso di crescita, consolidamento e sviluppo della squadra e dell’intero mondo viola, puntando a obiettivi ancora più ambiziosi dopo un’annata nel complesso positiva ma con qualche ombra di troppo.









