di Andrea Mori
PRATO – L’incontro è cominciato con la proiezione del trailer di “Her”, un film del 2013 nel quale viene mostrato un futuro dove viene rilasciato sul mercato un nuovo sistema operativo provvisto di intelligenza artificiale capace di apprendere ed elaborare emozioni. Insomma, un uomo intraprende una love story con una macchina.

“Quello che abbiamo visto nel trailer è tra noi oppure no?”, si chiede Tiberio Uricchio, ricercatore dell’Università di Macerata del dipartimento degli studi umanistici dove si cerca di applicare l’intelligenza artificiale agli studi umanistici.
Chi ha inventato la definizione di quella che è l’intelligenza artificiale è John McCarty: “La scienza e l’ingegneria della fabbricazione di macchine intelligenti”. Tuttavia – dice il professore – sono passati 70 anni e ancora non abbiamo un’intelligenza di questo tipo. “Non esiste infatti un esempio di macchina che abbia coscienza di sé, o almeno io un esempio non lo riesco a fare”. Perché un conto è agire come un umano – continua Uricchio – con tutta l’umanità che ovviamente ne deriva (emozioni ecc.), un conto è agire razionalmente per un obiettivo, come ad esempio massimizzare il profitto di un’azienda.
Ma quindi cosa può fare oggi l’intelligenza artificiale? Ad esempio il riconoscimento facciale, quello con cui moltissime persone sbloccano il proprio telefono ogni giorno, la capacità di riconoscere gli oggetti: le macchine infatti oggi sono in qualche modo in grado di vedere, basti pensare al veicolo che mantiene il percorso sulle strisce (riconoscimento automatico della via). Nello sport con l’A.I. si può osservare una partita riconoscendo i movimenti che i giocatori fanno, poi si va dal banale conteggio di quanti sono stati i tiri in porta, fino a statistiche anche molto interessanti, che infatti le squadre utilizzano per migliorarsi.
Tutto cambia – dice il prof – quando arriva l’intelligenza artificiale “generativa”, “che è appunto in grado immaginare, di generare”. “Sono sistemi che hanno visto tante cose, per cui adesso sono in grado di descrivere e generare nuove informazioni. È un caso quello della finta influencer su Instagram con cui, tra l’altro, diversi calciatori hanno provato un approccio (fallendo)”.

“C’è un sistema, chiamato Midjourney, che da un testo riesce a creare delle immagini. Su una startup, Pika, solo scrivendo il testo si ottengono dei pezzi di video sia foto-realistici che anime, oppure si può anche ad esempio inserire un’immagine e chiedere al sistema di animarla.”
Da qui si arriva ad un punto cruciale, e cioè che qualsiasi cosa vediamo oggi potrebbe essere finta. Quindi – dice ancora Uricchio – si sta andando in una direzione in cui effettivamente l’immagine può essere manipolata. Però non tutte le speranze sono perdute, perché infatti esiste una branca, una scienza, la Information Literacy, che si occupa di insegnare a capire come riconoscere se le informazioni sono buone oppure no.
E ce n’è bisogno perché oggi, conclude Uricchio, qualsiasi cosa osserviamo online potrebbe essere finta, “un esempio è quell’immagine del Papa col piumino bianco. Ma ci sono dei sistemi che si stanno sviluppando per cercare di risolvere la situazione” rassicura il professore.



