PRATO – Uno spettacolo che diverte con la sua ironia grottesca e talvolta surreale, ma che fa anche riflettere sul vuoto e sull’inconsistenza delle nostre relazioni umane e familiari.
Al Teatro Fabbricone di Prato Francesco Sframeli, Spiro Scimone, Gianluca Cesale e Giulia Weber portano in scena, in prima assoluta, “Fratellina”, uno spettacolo breve per durata ma intenso nei contenuti, che proietta lo spettatore in una realtà dai contorni volutamente sfumati e paradossali.
Nella penombra del palcoscenico, la luce illumina due letti a castello: siamo forse in un ostello, forse in un dormitorio, di sicuro in “un luogo dimenticato da tutti”, nel quale gli stessi inquilini vogliono o devono essere dimenticati. Sui letti si alzano quattro personaggi, le due “strane coppie” dei fratelli Nic e Nac e di Fratellino e Sorellina: figure ormai prive di una precisa identità, “marionette” scosse da fili invisibili che nei loro dialoghi tracciano pochi, scarni, essenziali dettagli sulla loro vita passata.

Non si sa perchè siano finiti qui e quali eventi traumatici o straordinari abbiano segnato la loro esistenza: in fondo non importa, ciò che conta è il loro presente, fatto di desideri forse irrealizzabili, di richieste strane e surreali, di paure e timori irrazionali al limite del ridicolo, di ricerca affannosa di quell’amore e quell’affetto che da tanto, troppo tempo con li avvolge più in un abbraccio.
Nasce dunque un “doppio colloquio”, all’interno delle due coppie e tra una coppia e l’altra; se Nic e Nac vivono come sospesi nel loro mondo rarefatto, rievocando talvolta alcuni momenti di quando erano bambini, Fratellino e Sorellina sono preoccupati dalla paradossale vicenda del cognato, “rapito” da sconosciuti e rinchiuso dentro un armadio, che si materializzerà sul palco al termine dello spettacolo come deus ex machina di questa storia assurda e surreale.
Ci sono momenti di gustosa ironia: impossibile trattenere una risata di fronte al racconto del rapimento del cognato e dei problemi economici legati alla sua “liberazione”, una vicenda in cui Nic e Nac cercano in qualche modo di rendersi di aiuto, ma le cui domande ovvie cozzano contro la “ferrea logica” del paradosso.
Si può intravedere il teatro dell’assurdo di maestri come Pirandello e Ionesco, ma nello spettacolo di Spiro Scimone c’è soprattutto la riflessione su una realtà perduta e sfuggente che lascia i personaggi circondati da un senso di vuoto, di mancanza, di oblio, di incomunicabilità, di incapacità di stabilire delle autentiche relazioni affettive. E soprattutto, una distanza tra gli individui sottolineata dalla posizione dei quattro personaggi, che non scendono mai dai propri giacigli su cui se ne stanno appollaiati, nemmeno per sfiorarsi.
Solo alla fine decidono tutti insieme di superare questa condizione di isolamento fisico e sociale entrando tutti e quattro dentro il misterioso e inquietante armadio, che si scopre essere una “porta” verso un nuovo mondo e una nuova vita.










