mercoledì, Settembre 9, 2026

Galleria Schema, Esposito, Niccoli, Siedlecki: nuove mostre al Centro Pecci

PRATO – Al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci possiamo vedere l’inizio di una pagina della nostra storia artistica della seconda metà del 900: quella della “Galleria Schema”, che dal 1972 cercò le avanguardie nazionali e internazionali, divenendone un’importante cassa di risonanza.

“Schema”, fondata dall’artista Alberto Moretti con Roberto Cesaroni Venanzi e Raul Dominguez, fu inaugurata a Firenze nel febbraio 1972 con una mostra antologica del gruppo di “architetti radicali” del Superstudio, autori anche dell’allestimento dello spazio espositivo situato in via della Vigna Nuova. Sin dall’apertura la galleria si contraddistinguerà per le audaci proposte espositive contribuendo, attraverso la propria produzione editoriale, al rinnovamento dei consueti strumenti di informazione e comunicazione artistica.

È anche l’occasione per ricordare Lara-Vinca Masini (1923-2021), critica d’arte, così attenta alle esperienze artistiche indipendenti come quelle proposte dall’amico Alberto Moretti(Carmignano, Prato, 1922-2012), poliedrico artista fiorentino più volte attivo nella galleria e che divise con lui quell’esperienza per oltre mezzo secolo.

Un momento dell’inaugurazione delle mostre al Centro Pecci di Prato con il Sindaco Biffoni, il Direttore del Pecci Collicelli Cagol, il Responsabile delle collezioni Pezzato e il Co-fondatore di Schema Raul Dominguez (fotografie di Andrea Dami)

Il titolo di questa mostra pratese è: Schema 50 – Una Galleria fra le Neo-Avanguardie (1972-1994), è stata ideata da Stefano Pezzato, responsabile di collezioni e archivi del Centro Pecci, e realizzata dal museo in collaborazione con Raul Dominguez, co-fondatore di Schema e direttore della Fondazione Alberto Moretti / Galleria Schema di Carmignano, con la supervisione scientifica e le ricerche di Desdemona Ventroni.

La “Galleria Schema” fu fortemente orientata alla promozione delle neo avanguardie nazionali e internazionali, attenta alle coeve sperimentazioni in ambito teatrale, cinematografico e musicale, fino alla sua chiusura avvenuta nel 1994, organizzando mostre ed eventi incentrati prevalentemente sull’arte concettuale e post concettuale, l’architettura radicale, la performance e l’happening, l’arte antropologica e politica, che ha accompagnato con iniziative pubbliche anche di carattere teorico con incontri, seminari e presentazioni di libri, organizzati con la partecipazione attiva di artisti (tra i primi Giuseppe Chiari, Gino De Dominicis, Jannis Kounellis, Vettor Pisani) e il coinvolgimento diretto di critici e studiosi (Eugenio Battisti, Achille Bonito Oliva, Lara-Vinca Masini, Filiberto Menna, Ermanno Migliorini, fra gli altri).

Tra i numerosi interventi restano memorabili quelli di Vito Acconci (che nel 1973 ha realizzato alla Galleria Schema la sua ultima azione pubblica), di Chris Burden, Terry Fox, Joan Jonas, Allan Kaprow, Urs Luthi; così come le personali di Vincenzo Agnetti, Art&Language, John Baldessari, Mel Bochner, Dan Graham, Joseph Kosuth, Ketty La Rocca, Dennis Oppenheim, Claudio Parmiggiani, Giuseppe Penone, Dorothea Rockburne, Keith Sonnier, Gilberto Zorio.

L’interessante percorso espositivo di Schema 50 si articola in diverse sezioni, individuate fra quanto è stato raccolto e conservato della storia espositiva e culturale della “Galleria Schema” che aprì con le proposte dei giovani “architetti radicali” celebrati proprio quell’anno a New York: era il 1972, dando così spazio a quelle nuove ricerche, come il “comportamento” che fu proposto anche alla Biennale di Venezia dello stesso anno.

“Fiorentine Neon” (installazione a parete) di Keith Sonnier del 1983

Ecco che insieme alle visioni di Superstudio, di Ugo La Pietra e Gianni Pettena e alle significative ricerche concettuali tra cui spiccano opere di Vincenzo Agnetti, Ketty La Rocca e Giuseppe Chiari, possiamo vedere in mostra anche i documentati interventi controversi e unici di Gino De Dominicis e Jannis Kounellis, di Vettor Pisani, Luigi Ontani e della compagnia Il Carrozzone; ma anche memorabili azioni soliste di Vito Acconci e Urs

Lüthi, oniriche performance di Joan Jonas, Terry Fox e Chris Burden, un happening ideato e diretto da Allan Kaprow. Scusate se è poco!

Ma la “visita” nelle sale continua con la sezione internazionaleche include opere originali dei maggiori protagonisti della Conceptual Art, come le azioni fotografiche di John Baldessari, il racconto immaginario di Les Levine, le immagini e i testi “pubblicitari” di Dan Graham, le riflessioni e installazioni di Art & Language, le tautologie testuali di Joseph Kosuth. Ma anche lavori di artisti affermati come Joseph Beuys, Sol LeWitt, Ben Vautier e dei “poveristi” Giulio Paolini, Giuseppe Penone, Gilberto Zorio.

Fra gli artisti in mostra ci sono anche Dorothee Von Windheim, Dorothea Rockburn, Anna Oppermann, Dennis Oppenheim e Luciano Bartolini. E poi le nuove tendenze figurative che aprono un confronto col passato, inteso come “premessa del futuro”, come le opere di Roberto Barnie della fotografa Verita Monsellesche reinterpretano figure classiche della storia dell’arte, o i neon colorati ispirati all’architettura fiorentina del post minimalista Keith Sonnier.

Alla fine degli anni Ottantala galleria si apre a diverse esplorazioni plastiche e pittoriche, in un periodo di recuperi e ritorni in cui vengono presentate anche le ravvicinate osservazioni fotografiche realizzate nei primi anni Settanta da David Hockney.

Poi la sua chiusura, avvenuta il 31 dicembre 1994, celebrata da un’acrobatica performance di Liliana Moroche ha per protagonista anche il critico Pier Luigi Tazzi.

Non poteva mancare un capitolo inerente alla ricerca artistica di Alberto Moretti, che negli anni dell’apertura di Schema passa da una pittura di stampo minimalista a un’indagine di carattere scientifico e filosofico sull’opera pittorica. Seguono sperimentazioni con l’uso della fotografia associata a citazioni letterarie, approfondimenti delle corrispondenze simboliche sul tema dell’appropriazione, fino al progetto di carattere antropologico e sociale Techne e lavoro come arte, donato dall’artista al Centro Pecci nel 2010, un’installazione fotografica e testuale e un libro d’artista.

Importante e da non perdere una “giornata di studi”, il 24 settembre 2022,sull’attività della “Galleria Schema” e la coeva pratica artistica di Alberto Moretti, con testimonianze storiche e nuovi contributi critici. Una giornata di studi che sarà patrocinata dalla Scuola Normale Superiore di Pisa e altri Istituti Universitari.

“Annotazione e definizione di un feticcio” (tecnica mista su carte diverse) di Luciano Bartolini del 1978

Schema 50 – Una Galleria fra le Neo-Avanguardie (1972-1994) la potremo vedere fino al 9 ottobre 2022.

Le sorprese nel Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, a cura del suo direttore Stefano Collicelli Cagol, non finiscono perché possiamo proseguire il nostro cammino visitando le opere di due artisti: Bruna Esposito e Christian Niccoli, vincitori dell’Italian Council 2020. La prima è stata acquisita nella collezione permanente del Centro Pecci e la seconda, dopo l’esposizione qui al Pecci, entrerà a far parte della collezione permanente del MAN Museo d’Arte della Provincia di Nuoro.

Altri venti – Ostro è il titolo dell’opera di Bruna Esposito, che è un’esortazione poetica e politica a prendere coscienza dell’impatto dei nostri gesti, ed è la prima di più variazioni sul tema che evoca i venti caldi del Mediterraneo come il libeccio, lo scirocco, il grecale e l’ostro o di mezzogiorno.

L’installazione è composta da un gazebo di materiali naturali (pali di bamboo e corde) che invita a instaurare possibili relazioni, riflessioni, insomma un luogo ospitale, in tempi in cui l’argomento dell’incontro è quanto mai attuale. Questo “lavoro” è un’esortazione poetica e politica, un invito a prendere coscienza dell’impatto dei nostri gesti e a considerare l’inevitabilità di altre scelte nonché della potenza della semplicità. Ecco perché in questo spazio “abitato” di Ostro l’aria è mossa dalle pale di un ventilatore alimentato da energia fotovoltaica.

ZWEI (due) di Christian Niccoli, invece, è una videoinstallazione che parla di interdipendenza e dell’impatto che le nostre scelte possono avere sugli altri, sia a livello personale sia in una dimensione più estesa e racconta una metafora sociale: due uomini sono legati da una dipendenza reciproca, cioè sono appesi alle due estremità di una corda a “cavallo” di un alto muro e non possono toccare i piedi in terra. Sono quindi in un limbo apparentemente eterno, senza davvero trovare una via d’uscita comune.

L’installazione è accompagnata da un libro pop-upedito da Silvana Editoriale.

“Mvah Chā”(Crisalidi), dette “indefinite” di Namsal Siedlecki 

Ma il “viaggio” che abbiamo intrapreso continua fino al Cassero, un “corridoio” trecentesco voluto dai fiorentini dopo aver sottomesso Prato (vicino al Castello dell’Imperatore), dove oggi il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci e il Museo di Palazzo Pretorio presentano un corpus di sculture in bronzo dette “indefinite” dell’americano Namsal Siedlecki (nato a Greenfield in USA, ma vive e lavora a Seggiano), dal titolo: Mvah Chā (Crisalidi), che creano un dialogo con l’ignoto, fra passato e presente.

Siedlecki nel 2019 durante un periodo di residenza a Kathmandu in alcune fonderie locali ha potuto sperimentare la tecnica della fusione a cera persa nepalese, perché in Nepal utilizzano un composto chiamato appunto Mvaḥ Chā, che è fatto di argilla, sterco di vacca e pula, ovvero l’involucro dei chicchi di riso.

Il composto, solitamente distrutto per portare a termine il processo di fusione, risulta talmente spesso da nascondere la forma originale, quindi sono delle masse indeterminate, dei “non finiti”, ma dotati di un’espressività forte e primitiva e che conservano una sottile relazione con l’iconografia religiosa induista e buddista, che l’americano di Seggiano ha trasformato in opere. Un particolare interessante è che vicino ad ogni opera esposta c’è un’offerta, perché quelle forme indefinite tengono “dentro” una scultura religiosa, come quella di un Buddha, quindi un’immagine sacra alla quale, come gli orientali, l’artista ha offerto un piccolo dono.

L’esposizione di queste sculture indefinite di Siedlecki, cercano di creare un dialogo fra oriente e occidente, sottolineando come la fascinazione per l’ignoto e lo spirituale accompagni da sempre l’uomo.

Mvah Chā è stata curata da Camilla Mozzato e la si potrà vedere fino al 28 agosto.

Dopo questa esposizione al Cassero le opere entreranno a far parte della collezione del Centro Pecci.

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