PRATO – Un cabaret caotico e irriverente, una satira grottesca e burlesca sui vizi e le manie di un’alta borghesia in declino.
Al Teatro Metastasio di Prato arrivano gli attori e le attrici della compagnia francese di Alexandre Pavlata, che nei suoi spettacoli ama trattare i temi d’attualità con sarcasmo e ferocia ma allo stesso tempo miscelando poesia e sogni, per un autentico “show” capace di unire più linguaggi, spaziando dalla recitazione al canto e dal mimo alla danza.

Tutti gli spettatori sono invitati al suo “Garden Party”, un’irriverente “festa in giardino”, un party elegante ed esclusivo che possiamo immaginare svolgersi nel cortile interno di una lussuosa dimora parigina. Gli otto personaggi in scena – quattro uomini in smoking e quattro donne vestite in abiti da sera dai colori sgargianti – animano quella che all’inizio può sembrare una “normale” festa privata, una serata tra amici trascorsa tra chiacchiere, bicchieri di champagne e accenni a passi di danza: dietro di loro, in disparte – e lo resterà per tutta la durata dello spettacolo – un cameriere osserva la scena, serve da bere agli ospiti, accomoda i divani per far sedere le signore.
Ma ben presto il party vira in una dimensione folle e sempre più surreale, tra improvvise sparatorie, balli di gruppo, scene di caccia, momenti lirici e comici che scorrono senza sosta davanti agli occhi del pubblico in una serie di gag grottesche. La festa si trasforma così in un turbine che coinvolge e abbraccia anche gli spettatori del teatro, dal momento che in più occasioni la compagnia rompe la “quarta parete” e si rivolge direttamente al pubblico in sala con il lancio di una serie di oggetti.
È la festa del caos, allegoria di una ricca società borghese che ha perso di vista valori e ideali, che si nutre di vane apparenze e ricerca il superfluo: per gli invitati del party il dramma più grande si consuma infatti quando finisce la bottiglia di champagne, evento “tragico” a cui uno di essi cercherà di porre rimedio intraprendendo una epica quanto tragicomica missione alla ricerca di una nuova bottiglia da stappare.
È proprio “champagne” la “parola magica” ricorrente che spesso conclude i vari episodi dello spettacolo, e che rappresenta al meglio uno dei tanti cliché di una vita aristocratica da tanti ambita e desiderata, ma che alla fine rivela tutta la propria inconsistenza, il proprio carattere illusorio, il proprio vuoto di valori e sentimenti.
Anche il linguaggio adottato dai personaggi non è casuale: accanto ad alcune parole francesi e italiane che si distinguono in maniera piuttosto nitida, per il resto i loro discorsi avvengono in “gromelot”, una “lingua inventata ma comprensibile a tutti”, una miscela di suoni, versi, grida, esclamazioni. È un esprimersi quasi animalesco, che ci riporta a una dimensione primitiva, mentre il party non si ferma e si arricchisce di soluzioni sempre nuove per intrattenere e far divertire gli ospiti.
Solo il bistrattato cameriere, escluso dalla festa, riesce a resistere al caos e sul finale avrà la propria “vendetta”: l’ultima scena ha come protagonista proprio il cameriere che, comodamente seduto in poltrona e sorseggiando il suo bicchiere di champagne, osserva in maniera distaccata e disincantata quel gruppo di “pazzi” ammassati sul divano, divenuti il “quadro” e il “ritratto” perfetto di un certo tipo di società.
Nello spettacolo portato in scena da Pavlata merita di essere sottolineata l’abilità degli attori e delle attrici che hanno saputo fondere insieme i caratteri di danza, canto, circo, teatro dei mimi, imitazioni di suoni e versi di animali, per uno show travolgente che non ha mancato di divertire e far riflettere il pubblico.










