CASALGUIDI – La breve ma intensa stagione teatrale del Francini di Casalguidi si è chiusa con “Trucioli”, spettacolo de “Gli Omini” esito di un progetto realizzato in coproduzione con il Teatro Metastasio di Prato.
Che cosa sono i trucioli? In apparenza solamente scarti, rimasugli, rifiuti, residui della lavorazione del legno; sono sinonimo di qualcosa di inutile, un sovrappiù non necessario e il cui destino è quello di essere buttato via senza troppi pensieri. Eppure anche i trucioli del legno possono nascondere segreti e, se sapientemente riciclati e riutilizzati, possono dar vita a nuovi oggetti e recuperare una loro utilità, facendo in un certo senso ricredere chi li aveva valutati, in maniera frettolosa e superficiale, solo degli scarti senza alcuna importanza.

Prendendo spunto dalla metafora dei trucioli del legno, Gli Omini portano in scena i loro “trucioli umani” proiettando il pubblico in un caleidoscopio di storie e racconti che hanno per protagonisti personaggi oscuri e ignoti, grotteschi e popolari, figure lontane da qualsiasi forma di notorietà e anzi spesso poste ai margini della stessa società.
Perché anche i trucioli, per quanto umili, per quanto visti da molti come dei residui, hanno una loro dignità e soprattutto una capacità di raccontare storie talvolta straordinarie: piccoli affreschi di vita quotidiana, di situazioni vissute, di scene di paese. Ecco allora che i trucioli riacquistano una loro dimensione e una precisa funzione andando a rappresentare, come tante piccole “tessere” di un mosaico, frammenti e pezzi di storie personali da raccontare. E sono racconti di vite spesso “al limite” che vengono dalle “periferie” della società, dai piccoli paesi, dalle piazze, dai giardini pubblici, dai circoli, dal mondo contadino, e in cui è possibile rivedere alcuni dei personaggi “tipici” (diremmo quasi le “maschere”) che caratterizzano questi luoghi nell’immaginario collettivo.

Ma lo spettacolo portato in scena da Francesco Rotelli e Luca Zacchini, per la drammaturgia di Giulia Zacchini, non è frutto di invenzione, ma è il risultato e il frutto di una lunga ricerca antropologica che la compagnia teatrale ha condotto per circa un decennio lungo tutta la nostra penisola, da nord a sud, andando a intervistare una serie di persone, spesso incontrate per caso, e raccogliendo e catalogando i vari “frammenti” delle loro esistenze.
Ne è scaturito un progetto che di fatto è in continuo divenire e che conferisce a questo spettacolo un carattere molto originale e particolare, dal momento che ogni rappresentazione è diversa dall’altra grazie alla possibilità accordata al pubblico in sala di scegliere e selezionare quali storie raccontare su un totale di circa quaranta “trucioli”.

Francesco e Luca, dopo una esilarante quanto grottesca “introduzione” allo spettacolo e all’idea che vi è sottesa, aprono il loro cartellone e lasciano ai presenti tra il pubblico la libertà di indicare quale “truciolo” (che include un personaggio o una situazione) desiderano che venga raccontato.
Inizia così una carrellata di sette microstorie, sette racconti brevi dallo stile che potremmo definire “espressionista” il cui obiettivo non è solo quello di narrare un piccolo pezzo o frammento di vita, ma anche quello di aprire squarci e spunti di riflessione sulla variegata umanità, spesso trascurata e messa in disparte, che ci accompagna nel corso delle nostre vite.

Tra ubriaconi che raccontano le loro imprese mirabolanti, pazzi che si credono sindaci di un paese o allenatori di calcio, storie di donne divenute vedove a giro per l’Italia, bambini che immaginano il loro futuro, arzilli novantenni che ricordano il passato e tante altre piccole storie di quelli che solo a uno sguardo poco attento sembrano figure anonime e senza alcuna rilevanza, Gli Omini ci conducono per mano tra i mille dialetti del nostro Paese alla scoperta della ricchezza e della varietà dei “trucioli” che vivono al nostro fianco e di cui noi stessi siamo costituiti. Perché in fondo ciascuno di noi possiede scarti e imperfezioni, frammenti e pezzetti di vita vissuta o immaginata che tuttavia meritano di essere raccontati.
E Gli Omini lo fanno con il loro stile leggero e irriverente, ma capace di alternare in una medesima situazione momenti drammatici e grotteschi, ironici e satirici, dando prova di una grande capacità attoriale sia nel magistrale utilizzo della gestualità e della mimica facciale, sia nell’abilità di alternare con estrema rapidità registri linguistici e dialetti completamente diversi. Uno spettacolo che è allo stesso tempo rappresentazione scenica e indagine sociologica, e che, nei brevi intervalli tra una risata e l’altra per la comicità e l’assurdità di certe situazioni, lascia spiragli di riflessioni sulla “meraviglia umana” di questo nostro mondo.










