di Fabrizio Geri
C’è un punto oltre il quale la pazienza dei cittadini smette di essere una virtù e diventa complicità. E quel punto, in molti sostengono, è stato superato da tempo. La distanza tra politica e cittadini non è più soltanto una percezione: è il risultato concreto di anni di scelte sbagliate, promesse disattese e responsabilità evitate.
Chi governa — o ha governato — porta un peso che non può più essere diluito in giustificazioni tecniche o scaricato su contingenze esterne. Il declino di servizi pubblici essenziali, l’erosione del potere d’acquisto, la precarietà diffusa e la sfiducia generalizzata nelle istituzioni non sono eventi casuali. Sono, almeno in parte, il frutto di decisioni politiche, o della mancanza di esse.
Troppo spesso i rappresentanti istituzionali sembrano più impegnati a preservare il proprio consenso o a gestire equilibri interni ai partiti che ad affrontare i problemi reali del Paese. Si moltiplicano dichiarazioni, annunci, slogan, ma quando si tratta di incidere concretamente sulle condizioni di vita dei cittadini, il cambiamento tarda ad arrivare — o non arriva affatto. Questo alimenta una sensazione diffusa: quella di essere governati da una classe dirigente distante, autoreferenziale e poco incline ad assumersi responsabilità.
Non si tratta di negare la complessità delle sfide contemporanee, né di ignorare i vincoli economici o internazionali. Ma invocare continuamente queste difficoltà rischia di diventare un alibi. La politica dovrebbe esistere proprio per affrontare tali complessità, non per nascondersi dietro di esse.
Il risultato è un Paese stanco, in cui molti cittadini non si sentono più rappresentati. L’astensione cresce, la rabbia si accumula, e il dibattito pubblico si impoverisce. In questo contesto, accusare genericamente i cittadini di disinteresse o disinformazione appare quanto meno ingiusto: quando le istituzioni smettono di essere credibili, è inevitabile che anche il legame democratico si indebolisca.
In questo scenario di sfiducia e distanza, emergono nuove forme di partecipazione dal basso. Tra queste, i cosiddetti “comitati democratici” si propongono come un possibile nuovo soggetto politico, capace di ricostruire un rapporto diretto tra cittadini e decisioni pubbliche. Nati spesso da iniziative locali, questi comitati mettono al centro l’ascolto, la trasparenza e il coinvolgimento attivo delle persone, cercando di superare le logiche tradizionali dei partiti.
La loro forza, almeno nelle intenzioni, sta proprio nella vicinanza ai territori e nella capacità di intercettare bisogni concreti che troppo spesso restano ignorati. Tuttavia, perché possano davvero rappresentare un’alternativa credibile, dovranno dimostrare di saper trasformare la partecipazione in proposta politica strutturata, evitando di cadere nelle stesse dinamiche che oggi vengono contestate.
Se la politica vuole recuperare la fiducia perduta, deve prima riconoscere le proprie responsabilità. Ma allo stesso tempo, nuove realtà come i comitati democratici possono contribuire a riaprire spazi di confronto e a riportare i cittadini al centro. Non basteranno da soli a risolvere una crisi così profonda, ma potrebbero rappresentare un primo passo verso una politica più vicina, più responsabile e più autentica.
Fabrizio Geri











