PISTOIA – Due mostre fotografiche in cui l’arte incontra la musica, unite in un progetto che ha come filo conduttore il “frammento”.
Dopo il successo dei mesi scorsi al caffè pasticceria Bohero, nell’ambito della rassegna “In arte Bohero”, le due mostre fotografiche “Se ti tagliassero a pezzetti” di Marco Saielli e “Vedere in musica” di Simone Chelucci arrivano nelle Sale Affrescate del Palazzo Comunale, in un nuovo progetto denominato “Frammenti” curato e organizzato dall’artista Giusy Cumbo.
L’esposizione, inaugurata venerdì 26 maggio, resterà aperta al pubblico fino al prossimo 18 giugno e propone ai visitatori due linguaggi originali per “vedere” e “raccontare” la musica e i suoi protagonisti, attraverso fotografie realizzate ai concerti e agli eventi di musica dal vivo del territorio.

Ma non si tratta, come potrebbe sembrare in apparenza, di due mostre distinte e “messe insieme” in un medesimo spazio: al contrario, con “Frammenti” i fotografi Saielli e Chelucci presentano due differenti “interpretazioni” in chiave originale e personale della “fotografia in musica”, unite però da un medesimo trait d’union, dato dall’estrema attenzione al particolare, al dettaglio, all’elemento “invisibile” che sfugge all’occhio dell’osservatore tra il pubblico, ma non a quello della macchina fotografica.
“Mi sono divertita a organizzare questa mostra, è stato impegnativo ma allo stesso tempo ne sono orgogliosa e soddisfatta – ha sottolineato la curatrice Giusy Cumbo, già animatrice della rassegna artistica al Bohero – soprattutto sono stata felice di dare spazio a due fotografi che si meritano di poter esporre le loro opere in un contesto importante come le Sale Affrescate. Devo ringraziare il sindaco Tomasi che ha partecipato alle mostre organizzate nei mesi scorsi al Bohero e ha avuto l’idea di coinvolgermi in questo progetto molto stimolante, che per me ha rappresentato una novità inaspettata. Mi sono sentita investita da una grande responsabilità ma anche da una grande fiducia, che ho cercato con ogni sforzo di ripagare”.
Ma Giusy in questa esposizione non si è limitata a organizzare gli spazi espositivi e decidere il percorso di visita: ne è stata sì la curatrice, ma la sua “anima artistica” l’ha portata a immaginare una mostra per certi aspetti diversa da quelle che i due fotografi avevano presentato al Bohero.
“Ho voluto fare tutto il contrario di quello che si farebbe normalmente in una mostra fotografica – racconta – per uscire dallo schema banale di presentare uno scatto su stampa fotografica, anche la più pregiata. Per esempio, le foto di Simone sono riprodotte su pannelli lucidi in vetroresina che riflettono le immagini, e in cui l’osservatore può vedere la propria immagine riflessa, con la sensazione di “stare dentro” la foto, lì accanto all’artista. La mia idea era quella di creare un percorso fotografico visto con “occhi” diversi, di unire, in sostanza, fotografia e arte in un progetto armonico”.

E l’itinerario di visita prende le mosse dalla prima sala, quella d’ingresso, che ospita le foto di Chelucci in grande formato: è un viaggio, come ci spiega Giusy, “tra i dettagli fisici di ciascun artista, con una rinnovata attenzione alla corporeità e al particolare che risulta alla fine determinante, quasi iconico, e dal quale si può riconoscere l’identità del protagonista”. Dai tatuaggi di Achille Lauro alle gambe della Bertè, passando per la bocca di Morgan: è un itinerario “erotico” e fisico tra dettagli che lasciano all’osservatore la facoltà di immaginare o di ricordare l’intero corpo, è il “frammento” che diventa la tessera mancante di un mosaico che sta a noi ricomporre.
“E non finisce qui – aggiunge Giusy, mentre ci conduce nella seconda sala – il mio gioco di ribaltare le convenzioni dell’esposizione fotografica continua: due foto sgranate e sfuocate, che altri avrebbero messo in disparte, diventano in formato gigante e mettono in dialogo i due soggetti raffigurati, due artisti diversissimi come Ian Svenonius e Bonnie Li, che pare “si urlino” in faccia la propria voce. A dimostrazione del fatto che l’arte non è e non deve essere qualcosa di “perfetto” e di lineare, ma è ciò che noi sentiamo e avvertiamo attraverso le nostre sensazioni, e in questo caso anche attraverso i suoni e la musica”.
Stesso principio vale per le foto di Saielli: nella terza sala della mostra ogni sua foto che ritrae un artista durante la propria esibizione dal vivo è divisa in tre parti, tre “pezzi” su tela che danno l’impressione di un vero e proprio dipinto. “L’occhio dell’osservatore può divertirsi a invertire e ruotare questi tre pezzi – spiega Giusy – per creare un movimento che altrimenti sarebbe stato molto difficile da ottenere. E la disposizione delle foto nella sala è studiata per dare al visitatore al centro la sensazione di essere osservato nel medesimo istante da tutti i volti fotografati da Saielli”.

L’ultima sala della mostra, la quarta, è caratterizzata da una installazione audio video nella quale scorre una selezione delle foto realizzate dai due fotografi negli ultimi anni, con i volti degli artisti meno conosciuti, alcuni dei quali presenti in mostra, accompagnati dai loro testi. La sala è contornata da quattro specchi, che “chiudono” idealmente il percorso di visita: iniziato con il riflesso di noi stessi nelle immagini degli artisti, si conclude con un altro nostro “riflesso”, questa volta nei loro testi.
“Consiglio a tutti di passare alle Sale Affrescate in questi giorni e di dare un’occhiata alla mostra – conclude la curatrice – per l’originalità delle foto, per il tipo di linguaggio utilizzato, e per il giusto riconoscimento che Marco e Simone meritano.
Per me è stata una novità, ma fin dal primo momento, devo riconoscerlo, mi sono sentita libera e senza vincoli nell’esprimere attraverso questa esposizione ciò che mi sentivo di fare; ho voluto rompere certi schemi e avere coraggio nel proporre qualcosa di un po’ diverso dall’ordinario, per non cadere nel banale e nello scontato. Spero che la mostra piaccia e che i visitatori si sentano coinvolti in questo affascinante percorso attraverso le pieghe e i frammenti della musica”.










