di Luciano Pallini
Erano arrivate informazioni a Netanyahu che lo informavano dei preparativi del 7 ottobre?
E se sì, perché non si era mosso per impedire il massacro?
Sono questioni che, nell’asprezza della campagna elettorale infiammano il dibattito politico in Israele e gli indignati a tempo pieno a livello mondiale e, al solito, la verità sarà difficile da accertare.
Ma i leader mondiali si trovano spesso di fronte ad informazioni su minacce di guerra incombenti sul proprio paese e devono assumere difficili decisioni. Raccontiamo due episodi dalla Seconda guerra mondiale: Hitler beffato da finte informazioni, Stalin che ignora le giuste informazioni che gli arrivano.
Il finto progetto di sbarco degli alleati a Calais
Dopo la sconfitta dell’Asse in Nordafrica e lo sbarco in Sicilia gli alleati progettano lo sbarco in Francia, lanciando campagna di disinformazione a vasto raggio.
Le attese erano per uno sbarco verso Calais, dove il tratto di mare che divide l’Inghilterra dalla Francia è più breve.
Per rafforzare la convinzione dei tedeschi su questa opzione e celare il reale punto di sbarco prescelto in Normandia, fu lanciata una vasta campagna di disinformazione.
La campagna, anche con il supporto americano, comprese la creazione di un intero esercito finto. Il FUSAG (First United States Army Group) sotto il comando del temuto generale George Patton nell’Inghilterra dell’Est mentre l’intera sezione di trasmissioni generava un fittizio traffico di comunicazioni radio tra unità inesistenti.
Venti divisioni, raggruppate nella FUSAG (Fourteenth United States Army), due corpi d’armata, una divisione corazzata, cinque divisioni aviotrasportate e quattordici divisioni di fanteria, vennero fatte credere operative, supportate da carri armati gonfiabili, mezzi da sbarco gonfiabili, cannoni antiaerei e aerei leggeri da osservazione anch’essi gonfiabili.
Hitler aveva ricevuto tante informazioni ed era assolutamente convinto che lì sarebbe avvenuto lo sbarco principale che, anche dopo lo sbarco del 6 giugno 1944 [D-Day], il Fuhrer ordinò di non muovere le riserve corazzate verso le spiagge normanne, convinto che quello fosse solo un diversivo e che il “vero” sbarco dovesse ancora avvenire a Calais. Questo stallo durò per diverse e decisive settimane, permettendo agli Alleati di consolidare la loro testa di ponte.
La Germania attacca l’Unione Sovietica, giugno 1941
Quasi due anni prima, nel caldo giugno 1941 a Josif Stalin arrivavano tanti e convergenti avvertimenti su un imminente attacco della Germania contro l’Unione Sovietica.
Nel 1938 con il patto di non aggressione Molotov-Ribbentrop le due nazioni avevano in pratica dato il via libera alla guerra contro la Polonia e le potenze alleate, Francia e Gran Bretagna.
Gli avvertimenti arrivavano da fonti di intelligence: le spie sovietiche in Europa e i reparti di frontiera segnalarono l’ammassamento di oltre tre milioni di soldati tedeschi lungo il confine; canali diplomatici: Stati Uniti e Gran Bretagna avvisarono apertamente Mosca nel corso della primavera del 1941 sull’imminente invasione della Wehrmacht, ma Stalin non si fidava di Churchill; la famosa spia Richard Sorge dal Giappone comunicò persino la data esatta dell’attacco.
Stalin scelse di ignorare queste segnalazioni per diversi motivi.
In primo luogo, era convinto si trattasse di una provocazione: Stalin pensava che le notizie di un attacco fossero manovre inglesi per trascinare l’Unione Sovietica in guerra contro la Germania.
In secondo luogo, perché aveva fiducia nel patto: credeva che Adolf Hitler non avrebbe violato il patto di non aggressione (Molotov-Ribbentrop) prima di aver sconfitto definitivamente il Regno Unito.
In terzo luogo, per un calcolo dei tempi: era convinto che la Germania non potesse permettersi una guerra su due fronti e che un’invasione sarebbe avvenuta solo più tardi (alcune fonti dicono pensasse di attaccare la Germania nel 1942)
Avere sottovalutato queste informazioni ebbe un effetto devastante: il 22 giugno 1941 l’Operazione Barbarossa colse l’Armata Rossa impreparata e disorganizzata.
E quale fu la sua reazione? Si mette al posto di comando. Eh, no.
Ancora il 29 giugno 1941, a una settimana dall’attacco della Luftwaffe e delle truppe corazzate del generale Guderian, che avevano già espugnato Minsk, Stalin, invece di essere al Cremlino, se ne stava rinchiuso nella sua dacia di campagna, a bere e dormire, senza rispondere al telefono. Quando una delegazione di alti esponenti sovietici (tra cui Molotov e Berija) si presentò per invitarlo a riprendere il suo posto di comando, per un attimo sembrò pensare che fossero venuti lì a eliminarlo, in quanto responsabile della disastrosa disfatta del fronte occidentale.
Conclusione
Ad oggi non sappiamo come abbiano circolato le numerose informazioni, più o meno precise, nei giorni precedenti il 7 ottobre, chi e come le abbia giudicate e sottovalutate e come questo abbia influenzato le scelte del governo israeliano in quei giorni.
Dopo le prossime elezioni sarà costituita quasi certamente (soprattutto se a vincerle sarà l’opposizione) una commissione d’inchiesta in grado di chiarire le cause della più grande tragedia che Israele abbia vissuto dalla sua fondazione. Ma non sempre queste commissioni arrivano a conclusioni esaustive, basti pensare alla Commissione d’inchiesta su Caporetto, dove volarono via gli stracci.









