mercoledì, Settembre 9, 2026

I minatori di Rotari, vittime del disastro di Dawson

FIUMALBO – Dall’alto Appennino modenese alle miniere del Nuovo Messico in cerca di lavoro e riscatto, trovarono la morte nelle viscere della terra in uno dei più gravi incidenti minerari del Novecento.

Fu questa la tragica vicenda dei minatori di Rotari, un pugno di case sulle montagne sopra Fiumalbo, non lontano dal confine toscano, raggiungibile percorrendo una tortuosa strada comunale che si stacca dalla statale dell’Abetone all’altezza di Lagadello e risale il fianco del monte tra prati e foreste di conifere.

Qui, nei pressi dell’oratorio della Madonna di Montenero, un monumento ricorda il sacrificio di alcuni “figli” del piccolo borgo, che come molti altri lavoratori provenienti dai paesi dell’Appennino modenese, agli inizi del secolo scorso emigrarono in America in cerca di un’occupazione e una stabilità economica per le proprie famiglie che la montagna non era più in grado di assicurare.

Sono gli anni della grande ondata migratoria degli italiani verso il Sudamerica e gli Stati Uniti, a fronte di una perdurante crisi economica e una disoccupazione che, in particolare nelle aree montane e rurali, rendeva incerte e difficili le prospettive di vita soprattutto per le nuove generazioni.

L’America della “nuova frontiera” e della corsa all’oro diventa allora sinonimo di speranza e di nuove opportunità per migliaia e migliaia di emigranti da tutta Europa e non solo, che nei primi anni del Novecento si imbarcano per gli States e, dopo aver affrontato difficoltà e sacrifici di ogni tipo, raggiungono i centri minerari del “favoloso” Ovest, là dove le compagnie e le imprese minerarie hanno urgente bisogno di manodopera e incoraggiano l’arrivo di lavoratori stranieri, con italiani e greci particolarmente richiesti.

Nel caso dei minatori di Rotari, che partono alla volta degli Stati Uniti con le loro famiglie, la destinazione finale è Dawson, centro carbonifero del Nuovo Messico nella contea di Colfax, a poche miglia dalla cittadina di Raton. La zona di Dawson, che prende il nome dal proprietario del suolo poi venduto alla società mineraria, si scopre essere ricca di giacimenti di carbone e già nei primissimi anni del Novecento si scavano le miniere e si costruiscono i forni a coke, utilizzati per trasformare il carbon fossile in coke, combustibile solido impiegato soprattutto nell’industria metallurgica.

Un’immagine d’epoca del centro minerario di Dawson nei primi anni del Novecento (foto State Archive of New Mexico)

Nel 1906 i dirigenti dell’industria mineraria di Dawson danno il via alla fondazione del paese, che nel giro di poco tempo assume i contorni di una cittadina dotata di tutti i servizi necessari – abitazioni, scuola, ospedale, chiesa, cinema, piscina, addirittura un campo da golf – per ospitare i minatori e le loro famiglie.

Come avviene in altri casi simili questa accurata pianificazione, nata per consentire ai lavoratori di rimanere in prossimità dei propri cari e di ritagliarsi momenti di relax e svago al di fuori del duro lavoro in miniera con i suoi turni massacranti, attrae centinaia di minatori, quasi esclusivamente stranieri, che danno vita a Dawson a una comunità multietnica e multiculturale che include italiani – il gruppo più numeroso – seguiti da greci, polacchi, scandinavi, irlandesi, messicani e cinesi.

Ma la cittadina, che arriverà a contare fino a novemila abitanti, dietro le sue apparenze di centro industriale “ideale” e all’avanguardia mostra il suo vero volto, fatto di un lavoro rischioso e senza tutele, in cui i minatori sono costretti a rimanere per ore in condizioni di scarsa visibilità, a respirare fumi e polvere, a maneggiare esplosivi per avanzare nel ventre della montagna.

La lapide di Rotari che ricorda gli 11 minatori del piccolo paese dell’Appennino modenese caduti nel disastro di Dawson (foto di Francesco Ciuti)

Già alcuni incidenti avvenuti negli anni precedenti avevano fatto comprendere a tutti la pericolosità delle miniere di Dawson, ma la società mineraria dopo gli investimenti compiuti non poteva permettersi interruzioni o ritardi e riuscì senza troppa difficoltà a far chiudere un occhio agli ispettori federali che controllavano lo stato delle miniere e la sicurezza sul lavoro dei minatori. Questi ultimi poi non avevano alcun potere contrattuale nei riguardi della società, anzi ora che finalmente erano giunti in America avevano necessità di lavorare per poter mantenere se stessi e le proprie famiglie.

Si arriva così al tragico 22 ottobre 1913, giorno del “disastro di Dawson”: un’improvvisa esplosione causata dall’uso di tritolo difettoso – una successiva indagine stabilì che le cariche esplosive erano di materiale non consentito dalla legislazione mineraria – fece collassare una delle miniere, seppellendo vivi i minatori o lasciandoli imprigionati nei cunicoli.

A poco valsero i soccorsi: nella tragedia perirono 263 minatori, tra i quali più della metà, ben 146, erano italiani. Anche l’Appennino modenese pagò un grave tributo di sangue, con un totale di 38 vittime: 17 di Fiumalbo (11 dei quali provenienti appunto dalla frazione Rotari), 15 di Monfestino, 3 di Pievepelago, 2 di Riolunato e uno di Fanano.

Un’altra lapide del monumento di Rotari (foto di Francesco Ciuti)

“Nelle voragini del carbonifero grembo d’America fulminea vi divorò la fiamma”: così recita l’epitaffio un po’ sbiadito sulla lapide di marmo che ricopre il monumento eretto dalla comunità di Rotari ai suoi emigranti caduti a Dawson, in una terra lontana dove si erano trasferiti in cerca di lavoro e dignità, ma dalla quale non sono più tornati a riabbracciare i propri cari e a rivedere il paese natale a causa di una tragedia che è stata tutto tranne che una fatalità, ma una vera e propria “roulette russa” giocata sulla pelle dei minatori.

La commissione di indagine chiamata a far luce sul disastro riconobbe che era stato usato esplosivo improprio e che al momento dell’innesco i minatori non erano stati allontanati a distanza di sicurezza da sito; nonostante ciò, nessun dirigente della società mineraria fu ritenuto diretto responsabile e l’inchiesta finì nel nulla, facendo acquisire a quelle di Dawson la sinistra fama di “miniere della morte”. Come se non bastasse, appena dieci anni dopo, nel febbraio 1923, un secondo incidente portò nuovi lutti tra le famiglie dei minatori: un devastante incendio causato dal deragliamento di un treno carico di carbone causò la morte di altri 123 lavoratori, molti dei quali figli dei minatori morti nel precedente disastro.

Anche in questo caso le miniere di Dawson ripresero la regolare attività – gli interessi in gioco erano troppo elevati – che continuò fino al 1950, quando il progressivo crollo del mercato del carbone decretò la chiusura di numerosi siti minerari dell’Ovest tra Arizona, Colorado e Nuovo Messico. Così rapidamente come era sorta dal nulla, tanto rapidamente Dawson venne abbandonata nel giro di pochi mesi, trasformandosi in un’autentica “città fantasma” tra le montagne e le praterie steppose della contea di Colfax.

Il cimitero memoriale di Dawson con le sue croci bianche in ricordo dei minatori morti (foto State Archive of New Mexico)

Oggi del paese e delle sue miniere resta ben poco: solo un cimitero commemorativo esteso su un ampio prato e disseminato di croci bianche ricorda le vittime dei due disastri colposi che hanno colpito la comunità dei minatori, invitandoci a riflettere sulle tante “tragedie dell’emigrazione” che hanno segnato la storia degli immigrati italiani in America e non solo.

A migliaia di chilometri di distanza, dall’altra parte dell’oceano, anche i piccoli paesi dell’Appennino modenese ricordano con targhe e monumenti i propri figli partiti e mai più tornati da Dawson: una memoria da far conoscere alle nuove generazioni e da mantenere viva, in un’epoca come la nostra dove per fortuna non si emigra più per lavorare in miniera, ma dove si continua a morire sul lavoro in tragedie molto spesso evitabili.

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