PADOVA – La “rivoluzione” dell’Impressionismo e non solo: a Palazzo Zabarella arriva “French Moderns”, una mostra dedicata ai pittori francesi attraverso un secolo di storia dell’arte, con una selezione di capolavori provenienti dal Brooklyn Museum di New York.
Curata da Lisa Small e Richard Aste, l’esposizione comprende 59 opere facenti parte della ricca collezione europea del museo newyorkese, considerato un pioniere tra le istituzioni di raccolta americane e riconosciuto come uno dei principali depositari del modernismo francese negli Stati Uniti.

La mostra “French Moderns: da Monet a Matisse” racconta uno dei secoli più affascinanti della storia dell’arte, quando gli artisti si allontanarono dalla tradizione e dai canoni accademici per concentrarsi su soggetti della vita quotidiana, con una pittura all’aria aperta e l’introduzione di nuovi linguaggi figurativi. Inoltre celebra la Francia, e in particolare Parigi, come centro artistico del modernismo internazionale dalla metà dell’Ottocento fino alla metà del Novecento: decenni in cui la Ville Lumière divenne la capitale artistica e culturale d’Europa, accogliendo artisti, scrittori, poeti, filosofi e intellettuali e vedendo nascere tra i suoi caffè e i suoi circoli culturali le nuove Avanguardie che segneranno in maniera decisiva tutta l’arte del Novecento.
Dall’Impressionismo al Cubismo, dal Simbolismo al Surrealismo, la capitale francese fu per decenni il centro propulsore dei nuovi movimenti che hanno definito l’arte moderna dalla fine dell’Ottocento alla metà del Novecento, tracciando un passaggio formale e concettuale dalla rappresentazione del pittorico all’evocazione dell’idea, da un focus sul naturalismo all’ascesa dell’astrazione.
La mostra inizia con i pittori accademici, come Gérôme e Bouguereau, il cui meticoloso realismo e i cui soggetti tradizionali erano conformi ai canoni artistici del primo Ottocento. Accoglie poi la generazione di pittori come Millet e Boudin, che usavano pennellate più sciolte per rappresentare soggetti meno convenzionali, come le spiagge della Normandia e i contadini e le loro greggi nei dintorni di Parigi, e presenta i lavori di Sisley e Pissarro che descrivono le prove, gli errori e le innovazioni del primo modernismo.
Da non perdere gli impressionisti, guidati da Monet, Renoir, Cézanne e Degas, che hanno rivoluzionato le convenzioni sia del soggetto che dello stile, immortalando su tela scene quotidiane con colori vivaci e pennellate espressive.
La generazione successiva spinse ulteriormente i confini dell’arte, permettendo al colore, alla forma e alla pennellata di avere la precedenza sul soggetto. Con le opere di Matisse, Bonnard, Chagall e molti altri che si trasferirono a Parigi all’inizio del nuovo secolo, l’esposizione mostra l’evoluzione dell’arte espressionista e non oggettiva rispetto agli esperimenti degli anni precedenti e, accogliendo le opere di Rodin, Degas e altri autori, testimonia l’estendersi della “liberazione della forma” dalla pittura alla scultura.

La prima sezione della mostra è dedicata alla natura morta, soggetto ricorrente nell’arte figurativa fin dal Seicento, che intorno al 1850 ritrova popolarità grazie agli artisti che mirano a stimolare tutti i sensi dello spettatore, ritraendo tessuti preziosi, frutta matura, scorci domestici illuminati dal sole e addirittura beni esotici provenienti da Egitto e Giappone. Avvalendosi del potere evocativo della natura morta, i pittori miravano a indurre sensazioni che trascendono l’esperienza fisica per giungere al regno psicologico e spirituale. Ecco quindi “Fiori” di Matisse, splendida opera fauvista, “Composizione in rosso e blu” di Léger, animata da accostamenti inaspettati e forme oniriche, e “Natura morta con tazza blu” di Renoir, definita dalle pennellate luminose tipiche del maestro.
La seconda sezione si focalizza sul paesaggio, tema che è oggetto di una vera e propria “rivoluzione” nella pittura del secondo Ottocento, quando gli artisti iniziano a sfidare convenzioni e classificazioni accademiche ritenute ormai obsolete. Inoltre iniziano a uscire dai loro studi e a dipingere “en plein air”, ritraendo la natura nella sua magia di colori e sfumature. Dalle pennellate degli impressionisti alle visioni audaci degli espressionisti e surrealisti, il paesaggio divenne il genere preferito dagli artisti per esprimere la loro modernità. Basti pensare a “La salita” di Pissarro, in cui si può osservare una prospettiva cubista in erba; oppure “Ville-d’Avray” di Corot, dove la luce, dinamica e reale, è oggettiva come la pietra ma morbida come le nuvole; e ancora “Marea crescente a Pourville” di Monet, che, illuminata da sfumature iridate, riecheggia delle forti condizioni della natura.
Anche la pittura di nudo subisce cambiamenti radicali: nella tradizione neoclassica il nudo era strettamente connesso agli ideali della scultura greca e ai suoi soggetti storici e mitologici. Al contrario, i campioni della modernità, come il critico e poeta Charles Baudelaire, sostenevano un nuovo, moderno tipo di bellezza attraverso la rappresentazione della vita quotidiana: una concezione destinata a creare “scandalo” presso gli ambienti accademici e più conservatori, ma a “liberare” l’arte dai vincoli di una rappresentazione puramente ideale. Della stessa opinione gli artisti, che si avvicinavano sempre più alla nudità dei loro modelli con assoluto realismo arrivando, nel Novecento, a far sì che il nudo moderno riflettesse anche le mutevoli prospettive dell’astrazione. A ribadirlo la scultura “L’età del bronzo” di Rodin, il capolavoro di Degas “Donna nuda che si asciuga”, e i “Subacquei policromi” di Léger, dalle avvincenti suggestioni cubiste.

La quarta e ultima sezione della mostra è dedicata al ritratto: alcuni artisti fissano su tela il glamour della Belle Époque, tratteggiando con pennellate fluide tessuti luccicanti e preziosi gioielli; altri si concentrano sulle personalità più originali ed eccentriche; altri ancora subiscono il fascino di costumi e abitudini di particolari culture religiose o popolari. Queste ultime opere rappresentano il tentativo di preservare e nobilitare le tradizioni locali contro l’assalto del mondo moderno. François Millet, con “Pastore che si prende cura del suo gregge”, evidenzia la dura realtà della vita contadina; Berthe Morisot, nota per i suoi dipinti con scene domestiche e donne e bambini, con “Ritratto di Madame Boursier e di sua figlia”, si concentra sui vincoli sociali; mentre Chagall con “Il musicista” trascrive i ricordi dei suoi primi anni di vita.
La mostra “French Moderns” a Palazzo Zabarella resterà aperta al pubblico fino al prossimo 12 maggio.









