di Nicola Cariglia*

Se qualcuno se lo fosse dimenticato, a maggior ragione dopo lo straordinario successo di applausi riservato al presidente della Repubblica al Teatro della Scala, giova ricordare che il nostro vero problema non è chi sarà il prossimo inquilino del Quirinale. Le sorti del Paese sono piuttosto legate alla possibilità di avere un governo adeguato una volta che l’attuale inquilino di Palazzo Chigi lascerà il suo incarico. C’è chi vorrebbe il trasloco di Draghi al Colle più alto e, indubbiamente sarebbe una soluzione ottimale. Ma è altrettanto indubbio il vuoto che si creerebbe al governo, che, come già detto, è il luogo dal quale maggiormente dipendono le fortune o le disgrazie di noi cittadini.
Il Italia è sempre stato così e lo sarà fino a quando non cambierà la Costituzione. Al di là di qualche episodio di moral suasion più o meno spinto, i Presidenti della Repubblica in 75 anni di storia repubblicana non sono mai stati determinanti se non in rarissimi casi: viene in mente Scalfaro ed il suo rifiuto di firmare il decreto Conso sulla depenalizzazione del finanziamento ai partiti. Senza quel rifiuto certamente la storia sarebbe stata diversa: in meglio, pensavo allora e penso oggi. In peggio pensavano altri che, mi auguro, siano diminuiti, visto come poi sono andate le cose.
Trascurare il problema Palazzo Chigi è tanto più grave in quanto, ad oggi, siamo messi piuttosto male. Draghi non è eterno (come capo del governo). E comunque ce ne è uno solo, privo del dono della ubiquità. Soprattutto, dopo le prossime elezioni, sarà venuto il momento di ripristinare con chiarezza il concetto di repubblica parlamentare: ma una maggioranza in Parlamento, ovvero in entrambe le Camere, appare tutt’altro che scontata.
Il centrodestra, ammesso che raccolga tutti i voti che gli attribuiscono i sondaggi, è tutt’altro che sicuro di farcela. L’alleanza PD-5Stelle ne è certamente distante: E più passa il tempo, più complessivamente se ne allontana. C’è un grande rufolìo che si avverte in vista della elezione del Presidente della Repubblica: gruppuscoli sparsi che si uniscono, pezzetti di vecchia DC sopravvissuti a mille vicissitudini, parlamentari fuggiaschi e alla ricerca di nuove opportunità. C’è chi sostiene che si tratti di una prova generale per dare vita ad una nuova formazione che si metta in mezzo per colmare il vuoto del centro e, soprattutto, essere determinanti per future maggioranze.
Non si capisce quante sarebbero le anime di questo ennesimo tentativo centrista. Se intende assomigliare alla vecchia DC delle correnti, la somiglianza sarebbe assai sbiadita. Perché “le correnti democristiane sono state anche uno dei contributi più originali del pensiero e dell’organizzazione dei democratici cristiani italiani dal secondo dopoguerra fino alla sua eclissi”.
Senza voler fare paragoni, sempre ingiusti, evocare solo alcuni di quei capi corrente significa parlare di giganti della politica: Amintore Fanfani, Aldo Moro, Mariano Rumor, Benigno Zaccagnini, Luigi Gui, Emilio Colombo, Giulio Pastore, Carlo Donat Cattin, Ciriaco De Mita, Nicola Pistelli, Giulio Andreotti, Arnaldo Forlani, Mario Scelba. E fermiamoci qui: è sufficiente per dire che ognuno dei leader citati potrebbe essere, oggi e con pieno merito, il capo non di una corrente, ma di un partito.
Il pluralismo interno e la centralità della Dc avevano un senso per le sue dimensioni e per il forte richiamo esercitato dalla Chiesa. Una nuova formazione senza una precisa identità non è ciò che serve a garantire maggioranze di governo omogenee e, dunque, forti. Meglio sarebbe che ci si adoprasse per colmare il vuoto che c’è a sinistra di una presenza ispirata a principi laici, riformisti, non populisti e sovranisti. E, simmetricamente, il vuoto a destra di idee autenticamente liberali. Scimmiottare la DC non è utile e nemmeno dignitoso.
* direttore www.pensalibero.it









