SIGNA – Un’ex fabbrica di dinamite ed esplosivi oggi ridotta a ruderi abbandonati, divenuta uno dei complessi di archeologia industriale più estesi e interessanti della Toscana.
Nel territorio comunale di Signa, a poca distanza dal fiume Arno e dall’ex stazione ferroviaria di Carmignano e Comeana, in un’area boscosa oggi quasi completamente invasa dalla vegetazione si trovano i resti abbandonati di quello che fu uno dei più importanti complessi industriali della zona fiorentina.
Uscendo da Signa per via Cattani Cavalcanti, dopo circa un chilometro una deviazione sulla destra ci immette in via Santa Barbara – un nome che fa riferimento alla santa patrona degli artificieri e dei depositi di munizioni, nonchè protettrice contro le esplosioni – che sale sulla collina fino a trasformarsi in un viottolo sterrato e a interrompersi davanti ai cancelli arrugginiti di quello che un tempo fu il Dinamitificio Nobel di Signa.
Sebbene abbia avuto una vita operativa piuttosto breve, questa fabbrica di dinamiti ed esplosivi ricoprì un ruolo centrale nell’approvvigionamento dell’Esercito Italiano durante le due guerre mondiali e nel periodo di maggiore espansione arrivò a contare fino a quattromila lavoratore, offrendo occupazione e dando un impulso notevole allo sviluppo economico di Signa. Tra i suoi ruderi e i suoi edifici diroccati si possono contare fino a un centinaio di strutture: oltre alla fabbrica vera e propria, erano presenti depositi e magazzini, laboratori, centraline di gestione, ambienti militari e le garitte, in parte ancora visibili, che ne sorvegliavano l’intero perimetro.

Un vero e proprio complesso industriale concepito fin dalla nascita in maniera molto moderna, costruito in un luogo riparato e lontano da grossi centri abitati, ma allo stesso tempo vicino ai corsi d’acqua dell’Arno e dell’Ombrone e nei pressi della linea ferroviaria che collega Firenze al porto di Livorno, sulla quale era presente un piccolo scalo merci a servizio della fabbrica in corrispondenza dell’ex stazione di Carmignano. La possibilità di rapidi collegamenti su ferro, la posizione ben protetta in un’area di aperta campagna, la relativa prossimità alle cave di pirite della Maremma e della Val di Cecina furono alti fattori che nel 1912 motivarono la scelta di impiantare una nuova, estesa fabbrica di dinamite proprio in quest’area, all’epoca facente parte della tenuta agricola di San Momeo.
A decidere la costruzione del complesso e ad acquistare il terreno fu la Società Alfred Nobel, vera e propria “multinazionale” fondata dal chimico e filantropo svedese, celebre per l’invenzione della dinamite e l’istituzione dell’annuale Premio, uno dei più noti riconoscimenti a livello mondiale, che ancora oggi porta il suo nome. Ma Alfred Nobel (1833-1896) fu anche un abile imprenditore capace di capitalizzare al meglio i suoi brevetti, aprendo società e laboratori in una ventina di Paesi e avviando la produzione su scala industriale della dinamite, divenuta in poco tempo richiestissima per uso civile e militare.
La Società da lui fondata aveva già aperto in Italia un vasto complesso industriale ad Avigliana, alle porte di Torino, che produceva esplosivi e dinamite per le forze armate italiane, ma nel corso dei primi anni del Novecento questa fabbrica aveva iniziato a presentare alcuni problemi: era troppo vicina ai confine francese, aveva vecchi macchinari ed era stata già vittima di alcune gravi esplosioni. Si decise quindi di costruire una nuova fabbrica in un sito con caratteristiche migliori, ed ecco che per le ragioni già elencate la scelta cadde sulla zona di Signa, dove alla costruzione del complesso si accompagnarono una serie di opere “di servizio” come lo spostamento del tracciato della strada provinciale che collegava Signa a Comeana, l’edificazione di un nuovo apparato di infrastrutture e venne impiantato il bosco in porzioni della collina che invece erano coltivate a vigna al fine di rendere l’impianto difficilmente individuabile dalle aviazioni militari.

Non bisogna dimenticare che siamo alla vigilia della Grande Guerra, in anni segnati da forti tensioni internazionali e da una “corsa agli armamenti” già iniziata in tutte le potenze europee, con l’Italia già impegnata militarmente sul fronte libico per la conquista delle aree interne di Tripolitania e Cirenaica. Non sorprende quindi la costruzione in tempi piuttosto rapidi del Dinamitificio, visto il deteriorarsi della situazione internazionale e le necessità impellenti dell’Esercito, tanto che nel 1914 gran parte delle strutture erano già operative.
Durante gli anni della Grande Guerra la fabbrica, a carattere esclusivamente bellico, si specializzò nella produzione di esplosivi per le munizioni da cannone di grosso calibro, fornendo un contributo importante per l’artiglieria italiana impegnata sul fronte orientale. La “riconversione forzata” dell’economia nazionale in un’economia di guerra portò il governo a dare priorità alle industrie “strategiche” e funzionali per lo sforzo bellico: una condizione che certamente favorì l’ampliamento e l’ulteriore sviluppo del Dinamitificio di Signa, con sovvenzioni statali, migliaia di lavoratori impiegati e una produzione dai ritmi assai serrati.
Con la fine della guerra il complesso industriale perse la propria centralità e nel 1925 fu acquisito dalla Montecatini, azienda fiorentina leader nel settore chimico e specializzata nella produzione di fertilizzanti. In epoca fascista nasce quindi la ditta Nobel-SGEM (acronimo di Società Generale Esplosivi e Munizioni), controllata dalla Montecatini, che tra le due guerre, venute meno le stringenti necessità militari, utilizzò lo stabilimento anche per sperimentazioni agricole e la produzione di concimi chimici.

Dal 1938 la fabbrica tornò ad avere un importante ruolo bellico, con la produzione di esplosivi a base di nitroglicerina e la costruzione di nuovi edifici nelle vicinanze della linea ferroviaria, tra magazzini e stabilimenti, compreso un piccolo scalo per facilitare il carico su rotaia delle merci. Sono questi, in un certo senso, gli “anni d’oro” della “Nobile”, come veniva comunemente chiamata la grande fabbrica, con una storpiatura del cognome Nobel ma anche con un senso di rispetto verso quell’industria che dava lavoro a migliaia di operai, in buona parte donne, e che era considerata all’avanguardia dal punto di vista del sistema produttivo, della sicurezza e degli impianti.
Le cose iniziarono a cambiare dopo l’armistizio del settembre 1943: con l’occupazione tedesca il complesso industriale cadde nelle mani della Wehrmacht, venne definito “area protetta” per il suo altissimo valore militare e strategico e venne posto sotto stretta sorveglianza contro gli attacchi degli Alleati – che nelle loro incursioni aeree tentarono a più riprese di bombardarlo – e i sabotaggi dei partigiani.
In questo senso l’azione più clamorosa, che ebbe l’effetto di bloccare la produzione della fabbrica, fu quella eseguita la notte dell’11 giugno 1944 da parte della squadra partigiana guidata da Bogardo Buricchi di Carmignano. Gli otto uomini, approfittando di una falla nella sorveglianza dell’impianto da parte dei tedeschi, si intrufolano tra i vagoni in sosta allo scalo merci e con una bomba a mano fanno saltare in aria almeno otto vagoni carichi di tritolo, con un’esplosione che mette fuori servizio lo scalo ferroviario e le vicine strutture di carico e scarico del materiale bellico.
I tedeschi sono colti di sorpresa e per settimane i rifornimenti alla Nobel vengono interrotti; ma le forze d’occupazione sono ormai in ritirata e dopo la liberazione di Firenze il Dinamitificio torna sotto il controllo delle truppe alleate, ripristinando la produzione di munizioni e materiali esplosivi per l’esercito angloamericano.
Ma è il canto del cigno per la fabbrica: nell’immediato dopoguerra, con il crollo delle commesse statali, l’impianto andò incontro a una rapida crisi che portò a un ridimensionamento delle strutture e degli occupati, con una serie di ondate successive di licenziamenti (si passò da 3500 a 160 lavoratori impiegati) con un impatto molto negativo per il tessuto economico e sociale di Signa e dintorni.
La Nobel-SGEM tentò senza successo – e senza troppa convinzione – la strada della riconversione produttiva in fabbrica di pece o di fitosanitari e pesticidi, riprendendo il “vecchio” settore che aveva segnato le fortune della Montecatini. Tuttavia questi tentativi non diedero i risultati economici sperati, anche a causa degli alti costi di produzione e delle spese per la bonifica e la messa in sicurezza di aree dell’ex Dinamitificio non più utilizzate.

Nel 1958, appena 45 anni dopo la sua costruzione, la gloriosa fabbrica chiuse i battenti in maniera definitiva, e dopo una lunga opera di bonifica dell’intero sito effettuata dal Genio militare di Firenze, dagli anni Settanta l’ex complesso industriale giace abbandonato e in rovina.
Nonostante l’incuria e la vegetazione che ha “mangiato” gli edifici e ripreso possesso di molte aree, così come le spoliazioni e gli atti di vandalismo che negli anni si sono succeduti nell’ex fabbrica, oggi sono ancora visibili molte strutture, dai magazzini ai laboratori di ricerca, dalle palazzine direzionali ai centri di controllo.
Numerosi sono stati i progetti proposti per una riqualificazione e una nuova destinazione d’uso di questa vasta area, ma al momento sono rimasti sulla carta. Da un certo punto di vista, come sostengono alcuni, sarebbe forse opportuno investire sulla valorizzazione dell’ex Dinamitificio Nobel e delle sue strutture nell’ottica della creazione di un grande “parco archeologico industriale”, tra i più estesi e significativi della Toscana e non solo, per permettere a visitatori e curiosi di ammirare in sicurezza e tramite un percorso guidato i ruderi di questo straordinario complesso.










