PISTOIA – Il Coordinamento “Scuole per la Palestina” esecra la reintroduzione in Israele della pena di morte – per i palestinesi della Cisgiordania occupata, quindi su dichiarata base etnica, territoriale, nazionale – per atti definiti dalla legge israeliana “di terrorismo” e “attentati all’esistenza di Israele”. Si mettono così in atto, sottolinea Magistratura democratica, “nuove forme di legislazioni persecutorie su base razziale che non possono e non devono mai più trovare alcuna forma di tolleranza politica nella comunità internazionale”.
Nelle carceri israeliane sono al momento reclusi migliaia di detenuti palestinesi (ricordiamo tra tutti il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan a Gaza, imprigionato da Israele senza accuse dal dicembre 2024): molti di loro, accusati in via informale di terrorismo, sopravvivono in condizioni di sevizia perpetua, senza capi di imputazione precisi, senza assistenza legale, senza equo processo. Per i palestinesi della Cisgiordania occupata, giudicati da tribunali militari israeliani, la pena di morte verrà ora applicata di default e senza possibilità di fare appello, di ottenere la grazia o la commutazione dell’esecuzione in un ergastolo; la condanna capitale potrà essere comminata più facilmente, e sarà eseguita più rapidamente.
Insieme alla tortura, agli arresti di massa, alla detenzione amministrativa (già di per sé violazione del diritto internazionale e dei diritti umani) anche per i minori, alle innumerevoli forme di degradazione e oppressione inflitte al popolo di Palestina, la pena di morte realizza un dispositivo di annientamento: come si legge nel nuovo rapporto Onu di Francesca Albanese, “Caratterizzate come necessarie per la ‘sicurezza’ di Israele, queste pratiche operano come un progetto ideologico di distruzione societaria, normalizzando la crudeltà e con l’obiettivo politico di debilitare la ‘nazione’ palestinese”.
I brindisi e i festeggiamenti del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir risuonano atroci, com’è atroce l’ostentazione del cappio dorato al bavero, carico di perverso e stravolto simbolismo. Nel frattempo, nella Striscia di Gaza prosegue, nel silenzio complice dei media tradizionali e dominanti, la carneficina che la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite – insieme a studiosi indipendenti, insieme a organizzazioni palestinesi, israeliane e internazionali per i diritti umani, insieme a innumerevoli persone in tutto il mondo – definisce genocidio.
Dalla Toscana che 240 anni fa, il 30 novembre 1786, fu il primo Stato al mondo ad abolire formalmente la pena di morte e la tortura, noi insegnanti di Scuole per la Palestina ci uniamo all’appello di Amnesty International affinché l’Unione europea rispetti “i suoi principi e i suoi obblighi giuridici sospendendo finalmente, almeno come misura minima iniziale, la parte commerciale dell’Accordo di associazione con Israele e adottando ulteriori misure”. Tuttavia, questo non basta. Ritenendo la comunità internazionale, politica ed economica, in dovere e in grado di incidere in maniera determinante sul futuro degli esseri umani e di tutti i viventi in Palestina, noi chiediamo altresì di intervenire efficacemente affinché si ponga fine all’abominio attuale, in cui legalità e giustizia hanno perso ogni relazione, ogni concretezza e significato.
Coordinamento “Scuole per la Palestina”









