mercoledì, Luglio 22, 2026

Il Manifesto per la reindustrializzazione della Toscana. Una riflessione

di Sergio Giusti

Sergio Giusti

Il Manifesto per la Reindustrializzazione della Toscana, curato da Marco Buti, Stefano Casini Benvenuti e Alessandro Petretto e recentemente presentato a Pistoia dagli “Amici della Politica”, rappresenta un’importante occasione di riflessione sul futuro economico e industriale della nostra regione.

Gli autori richiamano l’attenzione sul rallentamento della produzione industriale toscana, che negli ultimi mesi mostra segnali di cedimento non riconducibili esclusivamente alla pur grave situazione internazionale. Da questa analisi nasce la proposta di un nuovo patto tra politica, istituzioni e sistema produttivo, nella consapevolezza che l’industria continui a rappresentare il settore capace di generare occupazione qualificata, salari più elevati e maggiore valore aggiunto rispetto ad altri comparti, compreso il turismo, al quale negli ultimi anni è stata dedicata una particolare attenzione.

Il Manifesto individua nel sistema moda il comparto maggiormente esposto a una crisi ormai strutturale, ma richiama anche i rischi derivanti dalla debolezza dei consumi, dall’inflazione, dagli elevati costi energetici, dalle tensioni geopolitiche e commerciali, fino ai dazi imposti dagli Stati Uniti.

Prima ancora di soffermarsi su queste criticità, ritengo però doveroso ricordare che l’industria toscana ha saputo affrontare con successo le grandi trasformazioni degli ultimi decenni. Globalizzazione, crisi finanziarie e pandemia non hanno impedito alle imprese, grandi, medie e piccole, di mantenere elevati livelli di produzione ed esportazione, spesso senza poter contare su una vera politica industriale nazionale orientata alla competitività.

Per questo motivo non sono del tutto convinto che il termine “reindustrializzazione” descriva pienamente la realtà della Toscana. La nostra non è una regione da ricostruire industrialmente. È una regione che possiede già importanti eccellenze nei settori della meccanica avanzata, della farmaceutica, del ferroviario, della robotica, del vivaismo, della carta, della nautica e dell’agroalimentare di qualità. Più che reindustrializzare, occorre consolidare, innovare e far crescere un sistema produttivo che continua ad essere competitivo sui mercati internazionali.

Naturalmente il termine utilizzato nel titolo del Manifesto non rappresenta il vero nodo della questione. Il tema centrale, oggi come in passato, riguarda la capacità della politica di affiancare stabilmente il sistema produttivo. Non è mai stato vero che le istituzioni possano disinteressarsi dell’economia senza che questo produca conseguenze sul benessere dei cittadini.

Per questo motivo va riconosciuto agli estensori del Manifesto il merito di aver riaperto un dibattito importante: ci siamo forse concentrati troppo sul sostegno al turismo, trascurando la necessità di accompagnare con la stessa determinazione lo sviluppo delle imprese industriali che hanno consentito alla Toscana di competere nel mondo?

Il mondo cambia rapidamente. Cambiano i mercati, le tecnologie, le esigenze ambientali, i fabbisogni energetici, i sistemi di trasporto e la concorrenza internazionale. In un’economia globalizzata non possono essere soltanto le imprese a sostenere il peso di queste trasformazioni. Oggi la competizione è sempre più tra territori oltre che tra imprese.

Per questo le istituzioni regionali e locali devono conoscere le imprese, dialogare con esse, comprenderne le esigenze e accompagnarne lo sviluppo. Le imprese non possono essere considerate soltanto come realtà da celebrare in occasione di anniversari, visite ufficiali o eventi pubblici. Esse rappresentano il motore della qualità della vita delle comunità, dell’occupazione, dell’innovazione, della tutela ambientale e della coesione sociale.

In questa prospettiva appare particolarmente significativo il documento predisposto da Confindustria Toscana in vista delle prossime elezioni regionali. Tra i numerosi punti affrontati, due mi sembrano particolarmente rilevanti.

Il primo riguarda il sostegno agli investimenti e al rafforzamento delle filiere produttive strategiche. Il secondo riguarda il credito e la finanza per le imprese, attraverso un maggiore coinvolgimento del sistema bancario negli investimenti produttivi e nei progetti innovativi.

Sono proprio questi due aspetti che delineano una moderna politica industriale: sostenere selettivamente le imprese che operano nei comparti strategici, favorendo innovazione, crescita dimensionale e competitività internazionale, evitando interventi generalizzati e privi di una visione di sviluppo.

In questo percorso anche il sistema creditizio dovrebbe tornare a svolgere un ruolo da protagonista, affiancando gli investimenti attraverso strumenti dedicati, valorizzando il risparmio dei cittadini toscani e rilanciando il ruolo dei Confidi.

Qualcuno ricorderà che la Toscana aveva già tentato esperienze analoghe attraverso Fidi Toscana e altri strumenti. Il fatto che quei modelli abbiano mostrato limiti o siano stati successivamente superati non significa che l’obiettivo fosse sbagliato. Significa piuttosto che occorre progettare strumenti più efficaci e maggiormente rispondenti alle esigenze dell’economia di oggi.

Naturalmente sarà necessario continuare a sostenere i settori che attraversano crisi strutturali, favorendone la riconversione. Ma, allo stesso tempo, la politica dovrà essere capace di accompagnare le imprese che già oggi producono ricchezza, innovazione e occupazione qualificata, creando le condizioni per attrarre nuovi investimenti nella nostra regione.

Se con reindustrializzazione intendiamo una Toscana che torna a mettere industria, innovazione, lavoro qualificato e competitività al centro della propria strategia di sviluppo, allora il termine può essere condiviso. L’importante è che non resti uno slogan, ma si traduca finalmente in una politica industriale stabile, selettiva e orientata al futuro.

La Toscana dispone delle competenze, delle imprese e delle capacità per affrontare le nuove sfide della competizione internazionale. Ciò che oggi manca non è il potenziale industriale, ma una politica capace di riconoscerlo, sostenerlo e farne il motore dello sviluppo regionale dei prossimi decenni.

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