mercoledì, Settembre 9, 2026

“Il Mostro” e gli altri: intervista ad Alessandro Ceccherini

di Francesco Belliti

PISTOIA – Quella del Mostro di Firenze è stata una delle pagine più oscure e spaventose della storia del nostro paese. Vissuta e tramandata dalla generazione che ha preceduto chi scrive, oggi assume i contorni di una leggenda incompleta e i tratti di un’opera letteraria senza genere. Una storia che si è fatta memoria, anche se essa si basa su anni di false piste, di mezze verità, di depistaggi, di momenti di vera farsa, di nulla di fatto e, soprattutto, di pace mai trovata dalle famiglie delle vittime.

La copertina de ‘Il mostro’

Forse, nella mente delle persone, il Mostro rimarrà sempre quell’essere indefinito, sopravvissuto ai tempi più antichi e folklorici in cui a compiere simili atrocità non poteva che essere qualcosa di assolutamente estraneo all’umano. A riempire con la fantasia i coni d’ombra di quella storia ci ha pensato Alessandro Ceccherini, che con il suo romanzo d’esordio ‘Il Mostro’ ha voluto ripercorrere quegli anni di sangue e menzogne e raccontare una verità, l’unica possibile: ossia che i mostri esistono e sono sempre e soltanto uomini.

Come è nata l’idea di un romanzo sul Mostro e che tipo di ricerche hai compiuto?

A marzo dell’anno scorso ho scritto i primi capitoli. Poi i tempi sono stati necessariamente veloci, perché per farmi fare un contratto da Nottetempo dovevo rispettare il termine che mi era stato concesso, ossia fino a dicembre. Infine ho avuto altri tre mesi per rivedere l’ultima parte e quindi il lavoro in totale è durato un anno. Sulla ricerca, sono passato da uno studio sui fatti più noti ad uno più profondo prima di iniziare a scrivere: l’attenzione era rivolta soprattutto a colmare le lacune della verità giudiziaria, tra ‘compagni di merende’ e fantomatici committenti. Ho letto anche una discreta quantità di libri che vanno ad indagare il tema della cosiddetta ‘mostrologia’, ma ciò non mi rende uno specialista in materia. Di oggettivo ci sono solo gli omicidi.

Oltre a quella di colmare le lacune, c’è anche la necessità di rimediare ad una memoria fuorviante dei fatti?

Spesso la memoria che resta è quella più semplicistica e non succede nemmeno per caso. Parlo di una memoria innocua, che non dà fastidio a nessuno: non dà noia che Pacciani sia un mostro. Neanche che lo sia Vanni, per quanto opinabile. Addirittura si può accettare che il Lotti sia un serial killer solitario. Sono morti di fame, gli ultimi della società.

Insomma, anche in questo caso, è un discorso di classe?

È un discorso di classe, politico e morale. Per me era interessante, dal punto di vista narrativo, ribaltare questa concezione e proporre un mostro, o meglio dei mostri che le persone non sarebbero ancora oggi pronte a vedere come tali. Poi molto spazio è dedicato anche a Pacciani e penso di averne raccontato, in modo verosimile, le malefatte, in particolare nella sfera privata.

Forse il grande sforzo da parte tua, a livello narrativo, è stato quello dedicato agli altri personaggi?

Gli uomini come il Pacciani li conosco sin da piccolo, vivendo nella provincia. Contadini che possono essere anche violenti ed amorali. Sugli altri personaggi, è il ruolo dello scrittore mettere su pagina dei caratteri che non sono reali ma che lo diventano attraverso l’immaginazione. Poi il lavoro su di loro è stato unito a quello della ricostruzione storica di quegli anni, dell’atmosfera che si respirava: servizi segreti, P2, connessioni tra politica e crimine. Penso al personaggio del medico: la sua psicologia è improntata ad un edonismo infantile che, nell’esoterismo e nella violenza, trova il suo sfogo. O anche al fascista Guido, il braccio armato: al modo in cui ha vissuto la guerra, la Liberazione e la fine della dittatura. È anche un modo per mostrare come la Destra in Italia sia riuscita a sopravvivere tranquillamente e a rimanere al potere.

Pensi che, in questo paese, siamo più disposti a credere ai mostri che agli oscuri meccanismi del potere?

Ovviamente lo sguardo che getto su questa vicenda è a posteriori. Tuttavia, sì, per me nello specifico credere all’esistenza di un serial killer solitario è assolutamente follia. Sono successe molte cose strane a metà delle indagini e dopo l’’85. A livello processuale si è trattato di uno scandalo per questa nazione, al netto che ce ne sono stati tanti altri. Tutto è nato da una testimonianza del Lotti: mi sono ascoltato tutte le 13 ore di interrogatorio e penso che, con tutte le contraddizioni che sono emerse, si dovesse giungere alla conclusione abbastanza facile che lui semplicemente non era lì. Quella è stata invece la base su cui si è poggiato interamente il processo ai ‘compagni di merende’: quindi o la giustizia ha voluto trovare per forza un colpevole pur non avendolo, oppure si è deliberatamente deciso di coprire qualcun altro.

Ritieni improbabile, quindi, un’evoluzione positiva di questa storia?

Ancora oggi molte persone ci sbattono contro e vengono fuori cose mai sentite prima. Francamente non so rispondere a questa domanda, ma è vero che stanno emergendo nuovi pezzi del puzzle che potrebbero aiutare per una migliore ricostruzione.

Qual è stata la cosa più difficile da scrivere, intorno a questi fatti? Dal punto di vista emotivo, la storia della famiglia Malatesta è quella che più mi ha preso. Una famiglia falcidiata: oltre a quelle del Mostro, ci sono state diverse altre vittime collaterali che sono a mio parere la dimostrazione dell’inesistenza di un serial killer solitario. Ho incontrato Luciano Malatesta, un uomo gentile e puro. Raccontare la sua storia è stata un’esperienza molto forte per me.

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