LUCCA – Un piccolo ma interessante museo per riscoprire l’opera di ricerca scientifica e sperimentale eseguita da Eugenio Barsanti e Felice Matteucci, due illustri scienziati lucchesi ai quali si deve l’invenzione del motore a scoppio.
Una novità che nel giro di pochi anni ha rivoluzionato il mondo dei trasporti, segnando un’epoca e contribuendo ad accorciare le distanze rendendo gli spostamenti più facili e veloci: tuttavia nell’arco di pochi anni sono stati altri a raccogliere i frutti delle ricerche tecniche e delle straordinarie intuizioni di Barsanti e Matteucci, il cui genio è stato di fatto inversamente proporzionale alla loro fortuna. Due nomi che rischiavano di cadere nell’oblio, ma che la città di Lucca ha voluto giustamente promuovere e valorizzare grazie alla Fondazione che porta il loro nome e che oggi organizza eventi scientifici e divulgativi sui più attuali temi della sostenibilità e dei trasporti.
Tra le azioni più importanti compiute dalla Fondazione vi è stata appunto l’apertura al pubblico del Museo del motore a scoppio Barsanti e Matteucci, ubicato su due piani negli spazi dell’antica loggetta Guinigi (via sant’Andrea 58) a due passi dall’ingresso della Torre Guinigi in pieno centro storico.

Il percorso di visita inizia nella sala al primo piano, dove si può assistere alla proiezione di videoclip che illustrano la vita e le opere dei due scienziati, gli studi effettuati e i risultati conseguiti, oltre alla simulazione di alcuni esperimenti di ingegneria, meccanica e chimica da cui ricevarono l’intuizione alla base del funzionamento dei loro motori a combustione interna.
Nelle sale al piano terra sono esposti in teche cinque modelli in grande scala che riproducono in movimento i motori progettati dai due inventori, con un video che ne illustra, attraverso disegni animati, le principali caratteristiche di funzionamento.
La storia del motore a scoppio è un capitolo affascinante del genio italiano, spesso oscurato dalla successiva affermazione dell’industria tedesca. Tutto ebbe inizio a Lucca nel 1853, quando un sacerdote appassionato di fisica, Eugenio Barsanti, e un ingegnere idraulico, Felice Matteucci, depositarono presso l’Accademia dei Georgofili il primo resoconto documentato di un motore a combustione interna.
L’intuizione fu rivoluzionaria: a differenza della macchina a vapore, che richiedeva caldaie ingombranti e lunghi tempi di accensione, l’idea dei due lucchesi sfruttava l’esplosione di una miscela di aria e idrogeno all’interno di un cilindro per generare movimento meccanico.
La loro genialità non risiedeva solo nella teoria, ma nella capacità di risolvere problemi tecnici complessi. Inventarono il motore atmosferico, dove il pistone veniva scagliato verso l’alto dall’esplosione e, nella fase di discesa facilitata dal vuoto creatosi, trasmetteva il moto all’albero motore tramite un ingegnoso sistema di cremagliera e ruota libera: questa soluzione evitava che il violento urto iniziale danneggiasse i meccanismi, un problema che aveva bloccato molti inventori precedenti.

Tuttavia, nonostante il successo tecnico, la loro vicenda è segnata da una sfortuna cronica che li ha portati a un passo dall’essere dimenticati. Ciò fu in parte dovuto alla lentezza burocratica di un’Italia ancora non unificata politicamente, con una notevole difficoltà nel reperire capitali e soprattutto nel proteggere i brevetti, tanto che i due scienziati lucchesi dovettero rivolgersi all’Inghilterra.
Inoltre, proprio quando la società fondata dai due, denominata “Società del Nuovo Motore”, stava per avviare la produzione industriale di massa presso le officine John Cockerill a Seraing in Belgio, Barsanti morì improvvisamente di tifo nel 1864, lasciando Matteucci da solo a combattere battaglie legali estenuanti per il riconoscimento della priorità dell’invenzione, e finendo per essere sopraffatto dalla potenza industriale dei concorrenti stranieri.
Nel 1867 i tedeschi Otto e Langen presentarono all’Esposizione Universale di Parigi un motore quasi identico a quello dei lucchesi, vincendo la medaglia d’oro e attribuendosi la paternità dell’innovazione. Solo decenni più tardi fu riconosciuto che il progetto di Barsanti e Matteucci era antecedente di ben 14 anni: sebbene la storia abbia restituito loro il merito di aver acceso la “prima scintilla” della mobilità moderna, il loro nome rimane ancora oggi meno noto di quello di Benz o Diesel, confinandoli nel ruolo di “pionieri dimenticati” dal grande pubblico.
Una vicenda umana, scientifica e tecnica tutta da riscoprire che il Museo lucchese rivendica a buon diritto con orgoglio, e che fa luce su due illustri concittadini capaci, con i loro studi e le loro intuizioni, di “rivoluzionare” il mondo dei trasporti e non solo.










