di Beatrice Beneforti
PISTOIA – La musica, la scrittura dei testi, il rapporto con la stand-up comedy, le influenze del panorama rap e indie italiano e internazionale, la partecipazione al Festival di Sanremo.
Willie Peyote, cantautore torinese che il prossimo 13 luglio salirà sul palco del Pistoia Blues, si racconta in questa intervista per Report Cultura e Spettacolo, mettendo in luce alcuni aspetti del suo “fare musica” meno conosciuti al grande pubblico.

Se tu dovessi pensare a una rappresentazione diversa dei tuoi testi, che non sia una canzone, come la immagineresti?
Una rappresentazione diversa dei miei testi la vedo molto difficile perché in realtà sono concepiti sulla musica e per essere delle canzoni. Diventerebbe difficile e andrebbero modificati, forse riscritti.
Talvolta è successo che prendessi parti di altre cose scritte in altre forme, in poesie o tentativi di monologhi, e che poi li trasformassi in canzoni, ma una volta che hanno forma di canzone faccio fatica a immaginare un altro contesto nel quale potrebbero avere senso. Magari alcune parti potrebbero fare parte di monologhi di stand-up o di poesie.
La tua laurea in scienze politiche ha influenzato il tuo modo di fare musica?
In realtà la mia laurea in scienze politiche non ha influenzato particolarmente il mio modo di fare musica. Ho scelto quell’indirizzo di studi perché ero interessato a certi argomenti e a certi aspetti della vita sociale, politica e a certe regole che ci sono nella comunicazione politica e non solo. Quindi in qualche modo è tutto collegato, se tratto certi argomenti è anche perché mi sono interessati fin da piccolo però non credo abbia direttamente interessato il mio modo di fare musica.
Ci sono artisti meno conosciuti sul panorama musicale italiano o internazionale da cui prendi ispirazione?
Prendo ispirazione da moltissimi artisti diversi, non solo musicali, la stand-up per me è una grande forma di ispirazione.
Ci sono molti artisti che sono molto conosciuti, magari non tanto in Italia, artisti come Anderson Paak, Tyler, The Creator, per non citare Kendrick (Lamar) e il compianto Mac Miller, sono artisti da cui prendo sempre spunto.
Ci sono molti rapper americani a cui faccio riferimento. Nella scena italiana cerco di guardare un po’ a tutto e di cercare di prendere ispirazione da tutto quello che mi circonda. Artisti meno conosciuti della scena italiana non me ne vengono in mente, ma cerco di ascoltare il maggior numero di canzoni e di musica diversa possibile.

Che cosa ha rappresentato per te e per il tuo percorso artistico la partecipazione al Festival di Sanremo?
La partecipazione a Sanremo ha sicuramente rappresentato uno step importante dal punto di vista professionale e lavorativo: vedere il contesto del mondo dello spettacolo e del mondo della musica in Italia a quel livello ti apre molto gli occhi e la percezione. Ho imparato tantissime cose, banalmente la gestione della mia ansia e di un palco così importante. Nel percorso artistico ha rappresentato un momento, era giusto partecipare quell’anno per l’anno che era e per quello che rappresentava il brano che ho portato in quel dato momento storico. Aveva un senso collocato in quel momento, trovo che sia stata la scelta giusta nel 2021.
Qual è la parte del concerto a cui ti senti più legato?
Non c’è una parte specifica del concerto a cui mi sento legato, ci sono brani a cui sono più legato umanamente, altri a cui sono più legato per l’effetto che hanno sulle persone, altri per quello che mi ricordano del momento in cui li ho scritti.
Tutto il concerto per me è un momento di grande gioia e condivisione. Il palco è il luogo in cui mi sento più a mio agio in assoluto quando le cose vanno bene, quando la gente è contenta, quando si trova la sinergia giusta con i musicisti.
Non c’è un momento specifico, per me ogni volta che salgo sul palco è un momento molto alto di emozioni e di benessere. Ci sono tanti diversi momenti a cui sono legato in modo diverso, ma è proprio lo stare sul palco che mi riempie.










