LUCCA – “La Terra è un prestito che abbiamo ricevuto dai nostri padri e che dobbiamo restituire ai nostri figli: dobbiamo perciò proteggerla da uno sfruttamento indiscriminato e trattarla come un bene comune, e non lasciarla in mano all’avidità di pochi”.
Il teologo Vito Mancuso e il giurista e costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, coordinati da Simonetta Fiori, hanno dialogato sul futuro del nostro pianeta nella conferenza di apertura del nuovo Pianeta Terra Festival, una ricca rassegna di incontri, appuntamenti e tavole rotonde sul tema ambientale, in programma questo fine settimana a Lucca.
La conversazione prende le mosse dalla riflessione di Zagrebelsky sulla recente modifica all’articolo 9 della Costituzione, incentrato sulla “tutela del paesaggio, dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi”, a cui si è voluto aggiungere il riferimento alle generazioni future.

“È un principio, così riformulato, che ha uno scarso valore giuridico, ma un altissimo significato a livello etico e culturale: esso introduce non tanto i diritti delle prossime generazioni, che ancora non esistono, ma impone a noi viventi, a noi che siamo qui adesso, il dovere e la responsabilità di guardare avanti, in prospettiva, e non alterare la Terra nell’interesse delle prossime generazioni. Noi non siamo i padroni del pianeta, autorizzati a fare ciò che vogliamo con l’ambiente, ma siamo i legatari, i mandatari di un’eredità che dobbiamo conservare per quelli che arriveranno dopo di noi”.
La necessità di mutare questo approccio individualista e antropocentrico nel rapporto tra uomo e ambiente è sottolineata da Mancuso, per il quale “il problema è mettere la ragione umana, la sua intelligenza, le sue capacità al servizio del pianeta, per fermare questa visione predatoria nei confronti del mondo e delle sue risorse. Ci dobbiamo convertire prima che sia troppo tardi, c’è una vera e propria crisi di sistema in cui nessuno ha le soluzioni pronte e in tasca, c’è bisogno di saggezza e di contributi da esperti di tutte le discipline. Anche le religioni e le ideologie laiche hanno fallito, perchè si sono mostrate miopi di fronte a questo problema”.
“L’uomo è capace di molte cose meravigliose e terribili allo stesso tempo, come diceva Socrate, perchè ha una capacità straordinaria nel trasformare e plasmare il mondo secondo le sue necessità – aggiunge Zagrebelsky – non parlerei quindi di crisi dell’antropocentrismo, quanto della necessità di promuovere un nuovo antropocentrismo: non più l’uomo al vertice della piramide del mondo, ma un uomo al centro di una sorta di cerchio, capace di relazionarsi in maniera responsabile e rispettosa con tutti gli elementi dell’ambiente”.
Il giurista passa poi a delineare il grande problema politico del coinvolgimento di tutti i Paesi del mondo in un processo di collaborazione e cooperazione per salvare il pianeta. “Come possiamo noi occidentali presentarci dalle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo dell’Asia e dell’Africa, che oggi stanno portando avanti un processo di industrializzazione rapace e sregolata, e imporre loro di rallentare e fermarsi insieme a noi? Potrebbero risponderci che noi per secoli abbiamo colonizzato il mondo, depredato le sue risorse, dato avvio al primo processo di industrializzazione massiccia nella storia dell’umanità; e che adesso loro devono recuperare il tempo e il terreno perso, e che a loro interessa poco delle generazioni future, la priorità è sfamare i loro figli e far uscire milioni di abitanti dalla miseria. È un ragionamento provocatorio ma che rivela la realtà dei rapporti che ci sono oggi tra Paesi industrializzati dell’Occidente e Paesi in via di sviluppo, e di qui l’estrema difficoltà a trovare un compromesso. Il problema ambientale si risolve solo se prima affrontiamo e risolviamo il problema delle disuguaglianze economiche tra Paesi ricchi e poveri, attraverso misure di giustizia”.
“Concordo su questo ultimo punto – aggiunge Mancuso – anche papa Francesco nella sua ultima enciclica ha fatto riferimento al debito di giustizia ecologica che i Paesi più industrializzati dovrebbero devolvere a quelli più poveri a titolo di risarcimento, e per poter promuovere tutti insieme iniziative concrete di cambiamento. Dobbiamo compiere uno sforzo comune perchè comune è anche la natura, in cui tutto è legato e interconnesso, e di cui noi siamo una piccola parte.
È una concezione molto idealistica, per certi versi utopistica, però vale la pena provarci e sforzarci, cambiare i paradigmi culturali e il modo di vedere l’ambiente: ne va del futuro nostro, dei nostri figli e nipoti, dell’umanità intera”.










