mercoledì, Settembre 9, 2026

Il ricordo di Gardin a Pistoia: i Dialoghi sulla fotografia

PISTOIA – Riproponiamo di seguito un articolo pubblicato su Report Cultura e Spettacolo a firma Stefano Di Cecio in occasione della partecipazione di Gianni Berengo Gardin, recentemente scomparso, ai Dialoghi di Pistoia dell’edizione 2017 (al tempo si chiamavano ancora Dialoghi sull’Uomo), quando il noto fotografo realizzò una mostra personale nelle Sale Affrescate del Palazzo Comunale e prese parte a una conversazione con Roberto Koch sulla sua idea di fotografia.

Gianni Berengo Gardin a Pistoia nel 2017, ospite ai Dialoghi (foto di Stefano Di Cecio)

Gianni Berengo Gardin, classe 1930, si presenta nel tendone di piazza del Duomo gremito di persone, il suo intervento infatti, previsto inizialmente al Teatro Bolognini, è stato spostato qui proprio per l’alto numero dei biglietti richiesti.

Fra il pubblico numerosi fotografi per ascoltare e immortalare una leggenda della fotografia.

Fra di loro anche un suo caro amico da sempre, Ferdinando Scianna. Roberto Koch gli chiede dei suoi inizi, di quando e come ha cominciato a fotografare.

“Ho cominciato lavorando per un giornale aeronautico, facendo fotografie ad aerei, poi ho lavorato per il “Mondo” di Pannunzio, ma non con molti altri giornali, non mi facevano lavorare.

Volevo raccontare delle storie e con i giornali non era possibile, lo si può fare invece con 100/120 foto ed il mezzo più adatto erano i libri (210 quelli pubblicati).

Raccontare con le fotografie” ma aggiunge “non sempre sono tutte buone, alti e bassi che rendono però le storie interessanti e lo saranno ancora di più fra cento, duecento anni per scoprire chi eravamo, come vivevamo”.

Un suo zio, Frtiz Reder, abitante negli USA, amico di Cornell Capa, fratello del famoso Bob, gli fece avere dei volumi dall’archivio della nota agenzia Magnum. In quel momento nasce la sua cultura fotografica e la passione iniziale prende un indirizzo preciso.

Viveva con i suoi genitori a Venezia, non aveva molta voglia di studiare e suo padre fu chiaro, se studi ti mantengo altrimenti vai a lavorare.

Pur pentendosene anni dopo, Gardin lasciò l’Italia per la Francia dove iniziò a lavorare facendo prima il cameriere poi in albergo, lavorava però solo la mattina così il pomeriggio ebbe modo di conoscere tutti i grandi fotografi di allora. Tutti ad eccezione di Henry Cartier Bresson di cui era invece grande amico Ferdinando Scianna e a cui si rivolge perché è seduto lì davanti che lo sta ascoltando.

Koch lo chiama maestro, ma Gardin rifiuta quel termine, “si usa solo per tutti i vecchi rincoglioniti, preferisco l’accezione del termine che viene data a Venezia, quando si usa per riferirsi a quelli che professano attività artigianali”.

“Io più che un artigiano mi considero un manovale, si scatta con le mani, qualche volta anche con il cervello, e non sono un artista. Non sono un creativo, io registro solo quello che vedo, uno scatto può interessarmi o meno, ma se mi interessa scatto e il momento giusto me lo suggeriscono i miei 62 anni di attività”.

Koch affronta poi l’argomento del digitale, che non è più ormai una rivoluzione ma sta vivendo una sua raggiunta maturità e mette sullo stesso piano la fotografia professionale e quella amatoriale, per non parlare poi dell’immediatezza e la velocità con cui è possibile non solo guardare ciò che si è fatto ma condividerlo grazie ai social network.

Gardin risponde che secondo lui il digitale ha solo 2 vantaggi rispetto alle pellicole analogiche, il primo, appunto, quello di poter rivedere subito cosa si è fatto ma non è assolutamente importante, il secondo invece, importantissimo, è quello di poter variare la sensibilità, gli iso, cosa che non era possibile prima.

“Degli altri pseudo vantaggi preferisco farne a meno, non perdermi dietro attrezzature quali computer e stampanti ma affidarmi e continuare ad essere schiavo degli stampatori. Non ho niente contro il digitale ma non amo la resa finale che è fredda, metallica, preferisco ancora la plasticità, la profondità ed anche l’imprecisione della pellicola che secondo me è più umana. Non mi piace correre per vedere il risultato degli scatti, quando mi hanno dato una Leica digitale, con una pecetta ho coperto il monitor della macchina per non cadere in tentazione, non guardare è un vantaggio, si riesce a rimanere più concentrati sul soggetto e su ciò che stiamo fotografando”.

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