venerdì, Luglio 3, 2026

Il rispetto per la vita, quando una legge racconta chi scegliamo di essere

di Martina Notari

Il DDL Caccia è stato approvato dal Senato e passerà ora all’esame della Camera dei deputati. Ci sono leggi che disciplinano i comportamenti. E ci sono leggi che, molto più profondamente, raccontano chi siamo. Questa, a mio parere, è una di quelle.

Ogni civiltà viene ricordata non solo per ciò che ha costruito, ma anche per ciò che ha scelto di proteggere. Le grandi opere possono attraversare i secoli, ma è il modo in cui una società guarda alla vita, soprattutto a quella più fragile e indifesa, a rivelarne la vera statura morale.

È da questa domanda, non dalla politica, che vorrei partire.

Tra le voci più autorevoli del Novecento c’è Albert Schweitzer: medico, filosofo, teologo, musicista, fondatore dell’ospedale di Lambaréné e Premio Nobel per la Pace nel 1952. La sua riflessione etica ruota attorno a un principio tanto semplice quanto rivoluzionario: il rispetto per la vita.

Scrive Schweitzer: «Io sono vita che vuole vivere, in mezzo a vita che vuole vivere.»

In questa frase è racchiusa una delle intuizioni morali più profonde del secolo scorso. Ogni essere vivente possiede un valore che non dipende dalla sua utilità per l’uomo. La vita non vale perché ci è utile. Vale perché è vita.

Quando perdiamo questa consapevolezza, rischiamo di ridurre la natura a un insieme di risorse da amministrare e gli esseri viventi a oggetti sui quali esercitare un diritto. Ma una civiltà autentica nasce quando comprende che la forza non coincide con il dominio e che il progresso non consiste nell’ampliare il potere dell’uomo sul mondo, bensì nell’accrescere la sua responsabilità verso tutto ciò che vive.

Non è un caso che anche la nostra Costituzione abbia scelto questa direzione.

L’articolo 9 afferma: «La Repubblica tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni».

Non è una semplice dichiarazione di principio.

È una scelta di civiltà.

Significa riconoscere che la biodiversità non appartiene soltanto a noi, ma anche a coloro che verranno dopo di noi. Noi siamo custodi di questo patrimonio, non proprietari assoluti.

Questa responsabilità trova una straordinaria consonanza anche nell’enciclica Laudato sì di Papa Francesco.

Lì troviamo una frase che è diventata il cuore del pensiero ecologico contemporaneo:

«Tutto è connesso».

Non è soltanto un’affermazione spirituale.

È una visione del mondo.

Nessun essere vivente esiste da solo. Gli ecosistemi sono reti di relazioni. Alterarne gli equilibri significa impoverire l’intero sistema di cui anche noi facciamo parte.

La stessa intuizione oggi trova conferma nel paradigma One Health, promosso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e approfondito, tra gli altri, nel volume One Health. Pensare le emergenze del pianeta, curato da Isabella Saggio e Vittorio Lingiardi.

La salute dell’uomo, quella degli animali e quella degli ecosistemi non possono essere separate.

Proteggere la biodiversità non significa soltanto salvaguardare la natura. Significa difendere anche la nostra salute, il nostro futuro e quello delle generazioni che verranno.

Negli ultimi mesi anche Papa Leone XIV ha richiamato l’importanza della salvaguardia della biodiversità e della cura del creato, ricordandoci che il rapporto tra l’uomo e la natura non è soltanto una questione ambientale, ma profondamente morale.

Ed è proprio la morale che ci conduce all’ultima riflessione.

Il filosofo Immanuel Kant ci ricorda che la vera grandezza dell’essere umano risiede nella capacità di riconoscere dentro di sé la legge morale.

Le leggi dello Stato stabiliscono ciò che è consentito.

La coscienza, invece, continua a domandarci ciò che è giusto.

La domanda, allora, non è semplicemente se una scelta sia legittima dal punto di vista normativo.

La domanda è un’altra: questa scelta rende migliore la nostra umanità?

Ogni epoca lascia un’eredità.

La nostra sarà giudicata anche dal modo in cui avremo trattato la vita che non aveva voce per difendersi.

Gli animali selvatici non votano.

Non parlano.

Non scrivono editoriali.

Eppure, fanno parte di quel patrimonio vivente che la Costituzione ci affida il dovere di custodire.

Forse, allora, la domanda decisiva non riguarda soltanto il DDL Caccia.

Riguarda tutti noi.

Perché una civiltà non si misura dalla forza con cui domina la natura, ma dalla capacità di convivere con essa.

E forse tutto si riduce alla domanda più antica e più difficile: quale valore attribuiamo alla vita quando non è la nostra?

Perché, come ci ha insegnato Albert Schweitzer, «Io sono vita che vuole vivere, in mezzo a vita che vuole vivere».

Forse una civiltà comincia davvero quando riconosce quella stessa volontà di vivere anche negli altri esseri viventi.

Riferimenti

  • Albert Schweitzer, Rispetto per la vita, ed. Anthologia Claudiana 2019
  • Papa Francesco, Laudato sì, 2015.
  • Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 9.
  • Isabella Saggio e Vittorio Lingiardi (a cura di), One Health. Pensare le emergenze del pianeta, Il Saggiatore.
  • Immanuel Kant, Critica della ragion pratica.

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