PRATO – I sacrifici e i lutti, il lavoro in fabbrica, l’arrivo a Cagliari, il legame con la terra sarda, il “gran rifiuto” alla Juve, i trionfi e le cadute.
Il mito di Gigi Riva rivive nello spettacolo “Rombo”, portato in scena dall’attore pratese Francesco Dendi allo spazio teatrale “All’incontro” di Prato, per una produzione Factory TAC. Non un semplice reading, ma un lavoro inserito in un progetto più ampio che nasce dall’idea di far dialogare sport e teatro, e presentare al pubblico la storia di un campione indimenticato come Gigi Riva, recentemente scomparso, attraverso i linguaggi del teatro.
Come Prometeo osò sfidare gli dèi donando il fuoco agli uomini e attirando su di sé l’ira di Zeus, così Riva scucì dal petto delle grandi squadre del Nord lo scudetto per consegnarlo al popolo della “sua” isola, in un miracolo sportivo mai più accaduto e del quale egli fu l’eroe protagonista. Non solo nel prologo, ma anche in più momenti nel corso dello spettacolo torna a farsi sentire questo parallelismo tra mito antico e moderno, mito sacro e mito calcistico, nel segno di due figure così diverse e lontane ma accomunate dallo stesso “furto sacrilego”.
La filantropia di Prometeo e la sua volontà di aiutare e far progredire gli uomini divenne causa del suo tremendo supplizio ordinato da Zeus, dal momento che gli dèi non potevano sopportare l’idea che gli uomini diventassero simili a loro; la generosità e l’amore che Riva mostrò fin da subito verso la gente di Cagliari e l’intera Sardegna, sua terra d’adozione, lo portarono a dire più volte “no” ai ricchi contratti offerti dalla Juventus, a vincere forse meno trofei di quanto avrebbe meritato, ad attraversare periodi difficili a causa di due gravi infortuni, ma alla fine, come gli antichi eroi omerici, a entrare di diritto nel mito ed essere ricordato dalle generazioni future per ciò che ha rappresentato al di là delle vittorie ottenute sul campo e dei suoi meriti calcistici.
Gigi Riva a livello individuale può vantare ancora oggi il titolo di miglior marcatore nella storia della nazionale italiana con un totale di 35 reti, eppure il suo palmarès risulta di gran lunga inferiore a quello non solo di campioni italiani di un passato più recente come Maldini, Baggio, Totti o Del Piero, ma anche rispetto agli italiani della sua generazione come Mazzola o Rivera. Quello che l’ha reso una figura straordinaria e iconica, capace di distinguersi rispetto a molti altri campioni del nostro calcio, è stata la sua vicenda biografica, che il reading di Dendi ripropone seguendo un criterio cronologico e affidandosi anche a preziosi contributi multimediali, con la proiezione a parete di foto d’epoca della famiglia e della carriera sportiva di Riva.

Ripercorriamo così le tappe di un’adolescenza segnata da numerosi lutti in famiglia, con il giovane Gigi che nell’arco di pochi anni perde entrambi i genitori e una sorella a cui era particolarmente affezionato, e in parallelo, dopo il periodo difficile del collegio, a sedici anni inizia a lavorare in fabbrica per mantenere se stesso e le altre sorelle.
Riva conosce ben presto i concetti di duro lavoro e di sacrificio, oggi un po’ meno comuni a tanti aspiranti calciatori: giocare a calcio è la passione del giovane Gigi e dopo le ore passate in fabbrica corre al campo parrocchiale di Leggiuno dove con altri amici partecipa ai tornei di paese.
Il ragazzo ha talento, il suo fisico all’inizio gracile si fortifica grazie al trasporto di casse in azienda, e nel 1962, non ancora diciottenne, diventa calciatore professionista ed esordisce in serie C con la maglia lilla del Legnano. Ma sarà poco dopo un’amichevole giocata con la nazionale juniores ad attirare su di lui le attenzioni di club delle categorie superiori, due su tutti Cagliari e Bologna: gli emiliani offrono al Legnano la cifra più alta, ma è il Cagliari il primo a stringere un accordo verbale con i dirigenti lombardi, che vendono Riva al team sardo, in quegli anni squadra di media classifica militante in serie B.
Gigi spicca il volo per la Sardegna, ma è un viaggio che all’inizio è pieno di dubbi, di incognite, di pregiudizi, addirittura di sensazioni negative: Cagliari è vista quasi come una destinazione “punitiva”, dove le squadre mandano i giocatori di cui vogliono disfarsi, o comunque una piazza di passaggio per poi aspirare alle grandi squadre del Nord come Juve, Inter e Milan. Assai penseroso sul volo che da Milano lo porta verso Cagliari, Riva non può certo immaginare che quella città sarà l’ultima destinazione del suo viaggio e diventerà la sua nuova casa, e quel popolo che fin da subito lo accoglie con simpatia e mostra di credere in lui otto anni dopo lo porterà in trionfo come un eroe dopo la vittoria del primo e unico scudetto della storia cagliaritana.
“Hic manebimus optime” dicevano i latini: è la stessa conclusione a cui arriva Gigi che, una volta superato il primo impatto con la nuova realtà e compreso l’attaccamento viscerale del popolo sardo alla maglia con lo stemma dei quattro Mori, non lascerà mai più la sua isola, diventando il trascinatore della squadra che ottiene subito una storica promozione in serie A e negli anni successivi si afferma come una mina vagante del campionato, cogliendo piazzamenti sempre più ai vertici della classifica.
Dendi cita alcuni aneddoti poco conosciuti di quella squadra, dalle manovre fra calcio e politica della famiglia Moratti per entrare in società ai turbolenti rapporti fra il presidente Enrico Rocca e il mister Manlio Scopigno, detto “il filosofo”, personaggio assolutamente fuori dagli schemi che verrà prima cacciato e poi richiamato per diventare l’allenatore di quel Cagliari che il 12 aprile 1970, dopo una cavalcata memorabile, corona l’impresa impossibile di cucirsi sul petto lo scudetto.
È la vittoria non solo in una città ma di un’isola e di un intero popolo che vive quel trionfo sportivo come un grande riscatto sociale per una terra troppo spesso abbandonata e trascurata dallo Stato italiano e associata a fenomeni negativi di criminalità e arretratezza sociale e culturale. Per una volta il Sud povero ha battuto il Nord ricco e industriale, e il Prometeo si incarna nella figura di Gigi Riva, varesino diventato “il più sardo dei sardi”, eroe che di lì a pochi mesi è chiamato a compiere una nuova e più grandiosa impresa, stavolta con la maglia azzurra della nazionale italiana, in occasione dei mondiali di calcio in Messico.
L’epifania di Riva avviene nella fase a eliminazione diretta del torneo, come tutti gli eroi appare nei momenti decisivi e in quel campionato del mondo segna una doppietta nei quarti di finale contro il Messico ed è autore della momentanea rete del 3 a 2 nella rocambolesca “partita del secolo” contro la Germania in semifinale.
Ma gli dei del calcio, forse mossi da invidia, forse perché anche essi obbligati a sottostare al destino, fanno seguire ai trionfi e alle vittorie le cadute e le sconfitte: in finale l’Italia è travolta dal Brasile di Pelé e della fortissima Seleção, e alla fine di quell’anno Riva è vittima di un grave infortunio che lo terrà lontano dai campi per sei mesi, di fatto negando al Cagliari la possibilità di bissare la vittoria del campionato.
Tra foto in bianco e nero, gustosi aneddoti e filmati dei goal più significativi segnati da Riva nell’arco della sua carriera, lo storytelling di Dendi mescola abilmente narrazione, immagini e musica tenendo sempre alte l’attenzione e la curiosità degli spettatori.
È un viaggio nella carriera sportiva di un campione che non solo mette in risalto le tappe fondamentali e le partite memorabili, ma cerca anche di scavare tra le pieghe della vita di un uomo per fare emergere il suo lato umano, la sua profonda etica sportiva, il suo carattere temprato dagli anni difficili dell’adolescenza e capace di farlo resistere alle molte “sirene” che avrebbero potuto renderlo un calciatore molto più ricco e titolato. Invece Riva fa una scelta controcorrente e insolita già per quei tempi, impossibile nel calcio moderno fra procuratori e contratti faraonici, diventando per tutti i tifosi cagliaritani che la domenica affollano le tribune dello stadio Amsicora il “Rombo di Tuono” (il fortunato soprannome è coniato dal giornalista Gianni Brera) in attesa del suo potente sinistro che non lasciava scampo ai portieri avversari.
Un mito immortale, da riproporre a teatro e da far scoprire anche alle nuove generazioni.









