PISTOIA – Qual è la funzione del giornalismo? Chi e perchè oggi ne sta mettendo in discussione il ruolo? Quali le responsabilità degli stessi editori e giornalisti?
Ne hanno discusso la giornalista e conduttrice Concita De Gregorio e la scrittrice Caterina Soffici nella giornata di apertura dei Dialoghi di Pistoia. Per De Gregorio è un ritorno a casa, nella città dove ha iniziato gli studi alle scuole elementari e medie e dove poi è tornata come giornalista, quando, all’inizio degli anni Novanta, lavorava come cronista per una redazione locale.

Una prima riflessione ha riguardato il ruolo e la funzione del giornalista, a partire dalle parole di una donna coraggiosa come Anna Politkovskaja – la giornalista russa assassinata nel 2006 per le sue scomode inchieste sui crimini di guerra compiuti dai russi in Cecenia – secondo la quale il compito del giornalista è “scrivere ciò che vede e raccontare la verità”. Tuttavia raccontare la verità non è un’operazione semplice a causa dei molteplici punti di vista e delle varie interpretazioni che si possono dare a un evento. Ciò è ancora più complicato nel mondo dei media.
“La realtà viene inevitabilmente filtrata e osservata attraverso i nostri sentimenti, le nostre emozioni, il nostro modo di essere e di vivere – afferma De Gregorio – il principio cardine nel racconto di un fatto resta sempre quello dell’onestà intellettuale, il giornalista deve essere un tramite tra chi osserva di persona un evento e chi, non essendone testimone diretto, lo vuole conoscere: quindi è opportuno lasciare al lettore un giudizio di sorta.
Il secondo fondamento del giornalismo è la competenza, ci deve essere uno studio attento e approfondito di ciò che si va a raccontare: non basta essere testimoni diretti, bisogna capire perché un fatto accade, bisogna porsi delle domande. Purtroppo oggi questa competenza è stata messa in discussione, c’è stata una vera e propria campagna di denigrazione e di demonizzazione verso le “caste”, i “sapientoni”, i “professoroni”. La competenza è diventata un disvalore, ci si è affidati a sedicenti “esperti” o alle opinioni del popolo del web o della “gente di strada”, in un livellamento della democrazia verso il basso; si è, in alcuni casi, avviato un processo di disintermediazione, andando a delegittimare anni di studio e impegno sul campo.
Il grande inganno di questo ragionamento è il pensare che comprendere e decifrare la realtà sia alla portata di tutti, senza bisogno di studi specifici e competenze particolari, “tanto c’è internet per tutte le informazioni”. Invece per narrare gli eventi, in particolare quelli che hanno a che fare con la politica e il potere, occorre non essere limitati all’osservazione, ma bisogna spingersi oltre: analizzare criticamente le informazioni che ci vengono fornite dalle centrali del potere, domandarsi il perché di certi processi, indagare a fondo applicando un rigoroso controllo di veridicità alle notizie. Altrimenti si rischia di diventare megafoni e sponsor – involontari o meno – di un potere, si perde la propria libertà e credibilità”.
“Il giornalismo è raccontare ciò che gli altri non vogliono che sia raccontato”, come diceva il grande giornalista e reporter di guerra Ryszard Kapuscinski, e ciò è parso possibile a seguito della rivoluzione digitale, con l’avvento di internet prima e dei telefonini e dei social poi, quando sembrava che finalmente tutti avessero la libertà di documentare la realtà in maniera diretta, senza bisogno di filtri né di intermediari. Poi qualcosa si è inceppato, il mondo del web ha mostrato i propri limiti e si è inquinato di fake news, molte delle quali sono state pubblicate e rilanciate dai media senza le dovute verifiche.

Anche i giornalisti hanno delle responsabilità in questo processo, in particolare con la diffusione di talk show con polemiche e contrapposizioni spesso montate ad arte?
“I giornalisti hanno una grande responsabilità individuale – puntualizza De Gregorio – ma non devono essere considerati come una categoria: ognuno è responsabile per ciò che afferma o racconta. Riguardo il dibattuto tema dei talk show, a mio parere informazioni e intrattenimento non possono andare d’accordo, perché l’informazione si basa sull’attenzione dello spettatore mentre l’intrattenimento sul divertimento, lo svago e l’abbandono della concentrazione a favore di un “prodotto” più leggero e disimpegnato.
I talk show oggi proliferano nella televisione italiana perché hanno costi molto contenuti, inoltre negli anni la televisione pubblica è scivolata nella competizione con le reti commerciali abdicando al suo ruolo di promuovere informazione e cultura. Chiamare esperti in studio a esprimere opinioni su qualunque argomento costa poco e ha un buon ritorno in termini di ascolti e pubblicità, ma ne viene fuori un prodotto televisivo che alla fine aggiunge poco, se non ulteriore confusione, al dibattito su un determinato tema.
I talk show sono dei moderni ring, delle arene gladiatorie dove le voci si sovrappongono e vince chi urla più forte; purtroppo è la domanda che determina l’offerta e le tariffe pubblicitarie, c’è un circolo vizioso di interesse economico ed editoriale. È il pubblico che decide, però non è detto che in futuro non possa nascere un cambiamento in questa logica. Perché le cose si cambiano insieme”.









