di Lorenzo Cristofani
PISTOIA – Poco oltre l’antico paese di Saturnana, in via di Selvapiana, nei pressi del ponte sul torrente Piestro, si trova un masso di arenaria che dagli anni Novanta ha suscitato un crescente e notevole fascino.

Un fascino che ha varcato i confini pistoiesi grazie all’incisione di un sinuoso serpente, lungo quasi tre metri e inciso con scalini per tutta la lunghezza fino alla testa.
Basti pensare che in rete molti siti e blog fanno riferimenti più o meno sensazionalistici a questo sasso scolpito, associandolo al culto del dio Mithra: simbolismo sacro e mito del serpente, riti esoterici, morte e rigenerazione, terra e luna e financo massoneria speculativa.
Sul portale “Luoghi misteriosi”, un video del 2015 sul sasso del serpente ha registrato più di sedicimila visualizzazioni. Precedente, Giancarlo Sani aveva dedicato immagini e parole a questo curioso frammento di arte rupestre nella pubblicazione “I segni dell’uomo. Incisioni rupestri della Toscana” (Editori dell’Acero, 2009) e in ViBanca informa (n.3 2011), la rivista dell’allora credito cooperativo di San Pietro in Vincio.
Ma il primo a menzionare il serpente era stato colui che l’aveva scoperto, Giuseppe Benini: prima nel catalogo della mostra fotografica “L’Ombrone, l’acqua, le opere dell’uomo” (2008), poi nell’omonimo libro stampato nel 2010 dalla Proloco di Piteccio.

Benini, che ha anche contribuito all’allestimento del laboratorio delle tradizioni popolari e della memoria all’interno della ex scuola elementare di Saturnana, può essere ritenuto il maggiore conoscitore dei torrenti pistoiesi e delle gallerie idrauliche a servizio della ferrovia Porrettana. Ha risalito a piedi il corso dell’Ombrone dalla confluenza in Arno tra Signa e Carmignano fino alle sorgenti dei Lagoni (Sammommè), documentando le serre o briglie, i muri costruiti nei corsi d’acqua trasversalmente da sponda a sponda per regimentare le piene e contrastare l’erosione, e in generale ogni manufatto lungo l’alveo e in prossimità.
Ha eseguito la medesima opera di mappatura e ricognizione lungo tutti i torrenti tributari dell’Ombrone, come il Piestro, e proprio durante una di queste risalite ha rinvenuto il sasso detto di Masino, dal nome del proprietario dei terreni che ha dato il nome sia al masso e alla serra in pietra ad esso appoggiata. La serra è stata distrutta da una piena del 2002 e nel libro di Giuseppe Benini ne è riportata un’immagine del 1935 proveniente dell’Archivio di Stato di Pistoia.
La storia del sasso del serpente o sasso di Masino si lega intimamente al territorio e alla specializzazione produttiva della valle del Piestro: le cave e la faticosa lavorazione lapidea dei sassi, usati anche per costruire le briglie.

I fratelli Fulvio e Cino Lucarelli, nati rispettivamente nel 1890 e 1896, nella prima adolescenza erano soliti raggiungere sui luoghi di lavoro il padre, Silvio Lucarelli, un artigiano scalpellino occupato alternativamente nell’estrazione di materiale lapideo dalle cave o nella realizzazione delle serre sul Piestro e altri fossi e rii.
Vi andavano essenzialmente nella pausa pranzo, e nell’attesa o dopo, i figli dello scalpellino si allenavano, inizialmente quasi per gioco, a prendere dimestichezza con la lavorazione manuale della pietra.
Le scale incise sul corpo del serpente costituiscono una evidente esercitazione nella tecnica trasmessa dal padre e assimilata con maestria. Nella parte sommitale del sasso di Masino, Fulvio e Cino Lucarelli avevano realizzato la testa del rettile, con la data “1905” e con al centro una croce: quella sul campanile della pieve di San Giovanni Battista di Saturnana.
Allora il bosco non era cannibalizzato dalla robinia ma era costituito da castagneti da frutto opportunamente curati e si poteva quindi scorgere il campanile. I nazisti tagliarono i castagneti sia perché usati dalla popolazione locale come nascondiglio sia perché l’organizzazione Todt necessitava di legno per la costruzione delle opere ausiliarie e principali della linea Gotica, il noto sistema di fortificazioni dalla costa tirrenica a quella adriatica pensato per arginare la risalita degli angloamericani che attraversava buona parte della montagna pistoiese.

Grazie alla testimonianza di Giordana Lucarelli, figlia di Fulvio, si sa che il padre venne chiamato al fronte durante la Grande Guerra e che successivamente lavorò come operaio specializzato in Etiopia. Era stato voluto in Africa da un impresario che conosceva la sua abilità nella lavorazione della pietra, anche per realizzare l’enorme scultura della testa di Mussolini eretta sul finire del 1935 nei pressi di Adua, di fronte al monte Sullodà. Giordana Lucarelli conserva numerose immagini del padre ritratto da solo o in gruppo davanti all’effige del Duce, senza peraltro espressione di particolare convinzione. Al rientro in Italia, prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, venne assunto nella forestale e soffriva di silicosi, la patologia delle vie respiratorie dovuta all’inalazione di polveri prodotte dal taglio di pietre.
Viene naturale chiedersi se il sasso del serpente, senza il fascino dei culti misterici che lo hanno per così dire reso famoso, possa mantenere una qualche forma di interesse o costituire genericamente un’attrazione. Si ha ragione di ritenere che il masso scolpito dai fratelli Cino e Fulvio Lucarelli possa costituire una tappa di un percorso di tipo ecomuseale o comunque di un sentiero che valorizzi, rendendoli avvicinabili, tutti i manufatti umani della valle del Piesto: ponti, serre e opifici idraulici. Un itinerario ricco di elementi naturalistici di pregio – come la grotta delle fate – in grado di far percepire, a chi lo voglia percorrere, la cultura materiale di una volta, evocato nei disegni di Amelio Bucciantini e condensata nei cimeli del mini museo etnografico del paese.

Del resto, quella di un camminamento tra natura e opere dell’uomo lungo il Piestro era un’idea lanciata a suo tempo dallo stesso Giuseppe Benini. Lungo il lato sinistro del torrente un sentiero ovviamente da ripristinare permetterebbe di raggiungere tutte le serre; da Saturnana inoltre, un altro sentiero discende al Botro, dove sono riconoscibili gli ex mulini e l’antica ferriera, proseguendo ancora a valle fino al ponte medievale e mulino di Nelle.
Nel 2021, nell’ambito del bando socialmente giovani, il circolo Arci di Saturnana ha ottenuto un finanziamento dalla Fondazione Caript proprio per il recupero dei percorsi del Botro e di Nelle.










