martedì, Settembre 8, 2026

Il sax di James Brandon Lewis protagonista al MetJazz

PRATO – Ieri 8 Marzo, il METJAZZ 2026 ha accolto James Brandon Lewis in una serata che ha confermato, ancora una volta, perché il suo nome sia diventato uno dei più luminosi del jazz contemporaneo.

Non è solo questione di tecnica, né soltanto di carisma: è la capacità di trasformare ogni frase musicale in un atto di ricerca, un gesto che affonda le radici nella tradizione e allo stesso tempo la supera, la mette in discussione, la rilancia verso territori nuovi. Lewis, classe 1983, porta sul palco un’eredità pesante – Coltrane, Shepp, Ayler – ma la indossa con naturalezza, come un abito che gli appartiene da sempre.

Alcune immagini del James Brandon Lewis Trio in concerto al Metastasio per il nuovo appuntamento della rassegna MetJazz (fotografie di Simone Tofani)

Fin dalle prime note il suo sax tenore ha imposto un clima di tensione creativa, una vibrazione che sembrava attraversare la sala e restituirle un respiro diverso. Il suono, denso e mobile, oscillava tra meditazione e impeto, tra linee liriche e improvvise fratture, come se ogni brano fosse un organismo vivo, in continua mutazione.

Non stupisce che il New York Times lo abbia definito “portatore di un linguaggio sassofonistico che affonda le sue radici in una tradizione che parte da Sonny Rollins ed arriva a David S. Ware”: quella genealogia, ieri sera, era tutta lì, ma filtrata da una voce ormai pienamente autonoma. Rollins stesso, che più volte ha lodato il giovane collega, avrebbe trovato nel concerto del Metastasio una conferma ulteriore della sua intuizione.

Accanto a Lewis, la sezione ritmica ha costruito un terreno fertile, elastico, capace di sostenere e provocare allo stesso tempo.

Josh Werner al basso ha disegnato traiettorie profonde, quasi ipnotiche, che davano ai brani una gravità pulsante, mentre Warren “Trae” Crudup III alla batteria ha lavorato per sottrazione e scatto, alternando geometrie asciutte a improvvise aperture, come fenditure che lasciavano filtrare nuova luce.

Il trio si muoveva con una coesione rara, frutto di un ascolto reciproco costante, di un dialogo che non conosceva gerarchie ma solo necessità musicali.

Il pubblico ha risposto con un’attenzione quasi rituale, come se ogni passaggio richiedesse una partecipazione silenziosa, un lasciarsi attraversare. E quando il concerto ha raggiunto i suoi picchi emotivi, quella tensione si è sciolta in un applauso caldo, convinto, che sembrava voler restituire al trio l’energia ricevuta. Lewis, fresco del doppio trionfo al Referendum di Down Beat come miglior tenor sassofonista e miglior artista dell’anno, ha ringraziato con la consueta modestia, lasciando che fosse la musica a parlare per lui.

La serata, realizzata in coproduzione con Musicus Concentus, ha confermato la vocazione di MetJazz a intercettare il jazz più vivo, quello che non si limita a ripetere formule ma continua a interrogare il presente.

James Brandon Lewis, con il suo trio, ha offerto un concerto che non è stato soltanto una performance, ma un attraversamento: un viaggio dentro la storia del jazz e, allo stesso tempo, un passo deciso verso il suo futuro.

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