mercoledì, Settembre 9, 2026

“Il senso della natura”: Paolo Pecere apre il festival Custodi della Terra

di Marta Meli

VILLA DI BAGGIO – “Perché non sentiamo l’emergenza del futuro del pianeta nonostante l’evidenza scientifica? Che cosa pensano gli altri viventi? Che rapporto possiamo avere con il paesaggio? Come immaginare un benessere futuro?”

Queste sono alcune delle domande centrali sulle quali gravitano storie, voci e immagini contenute nel libro “Il senso della natura. Sette sentieri per la Terra” (Sellerio, 2024) di Paolo Pecere (filosofo, storico del pensiero, viaggiatore, scrittore e professore associato di Storia della filosofia all’Università di Roma Tre).

Il testo è stato presentato sabato pomeriggio nell’ex scuola di Villa di Baggio, alla presenza dell’autore e di Francesca Matteoni (poeta, scrittrice e storica), nell’ambito del festival Custodi della Terra, il ciclo di incontri diffuso nella Valle delle Buri, che ha aperto così la sua seconda edizione.

Paolo Pecere con Francesca Matteoni durante l’incontro di apertura del festival Custodi della Terra (foto di Marta Meli)

“Dalla crisi ambientale non ne usciremo – ha esordito Francesca Matteoni – ma abbiamo sempre la possibilità di cambiare, di scoprirci, per esempio, nell’incontro con l’altro, con quel che è dentro di noi e fuori da noi, qualsiasi forma abbia e qualunque luogo abiti”.

L’origine del viaggio intrapreso da Paolo Pecere – e divenuto poi libro – risiede nella scoperta di un luogo inaspettato. Nel corso di una passeggiata lungo il fiume Aniene, nella periferia della città di Roma, durante il periodo pandemico, è apparsa agli occhi dell’autore una riserva naturale dapprima sconosciuta. Attraversato il sentiero che conduce a un lago, i pensieri hanno come seguito il ritmo e la fluidità dell’acqua, fino a collimare con il tentativo e il bisogno di una lenta liberazione dalla vita ordinaria, tipica della civiltà occidentale in cui siamo immersi, e raggiungibile solo con il movimento.

“Il bisogno di viaggiare per esplorare oltre i confini, come anche per turismo, nasce spesso dalla necessità di essere vacante, perché è legato all’origine delle città moderne – ha spiegato Pecere – oggi, però, la cultura ecologica non ha a che vedere solo con la consapevolezza dell’emergenza climatica e globale, ma anche con l’esigenza di recuperare una sensibilità verso l’ambiente e tutti gli esseri viventi che lo abitano”.

Così ha avuto inizio il viaggio nel mondo raccontato da Paolo Pecere: dai luoghi-fulcro del capitalismo industriale – che ben conosciamo – a quelli più remoti di cui molto resta dissimulato, dall’isola-mondo che è New York alla Nigeria, dalle Galápagos alle profondità oceaniche, dalla Patagonia cilena all’Islanda, dal Borneo al Ruanda, dall’Amazzonia all’altopiano del Tibet, dalla Mongolia fino al ritorno nei boschi di Thoreau. E tutta questa Terra è narrata seguendo sette sentieri: la via delle città, la via dell’equilibrio, la via dell’acqua, la via degli animali, la via delle piante, la via dell’aria e, infine, la via del ritorno.

“La mia riflessione parte da una scissione che ho vissuto nel mio percorso – ha aggiunto l’autore – quella tra la vita urbana del centro abitato e il pensiero di un ambiente, la Terra, di cui sentiamo parlare in modo sempre più allarmante e che al tempo stesso ci affascina”.

La domanda che sorge spontanea è: come si torna a un sentimento di rispetto e di amore?

“A partire dal ripensare l’artefatto e gli effetti distruttivi della nostra civiltà sulla natura, dall’impatto del nostro vivere, dalle implicazioni di certe abitudini e comodità, dalla questione climatica, dallo scioglimento dei ghiacciai, dal disboscamento e, nel mio caso, a cominciare da quel che immaginavo e leggevo da bambino, per esempio, sulla foresta amazzonica – ha concluso Paolo Pecere – dal seguire l’impulso e dalla forte necessità di mettermi in viaggio per rintracciare una connessione, per trovarmi nella prossimità e nell’incontro vivo con i luoghi e con chi li abita, non solo comunità umane, ma anche tutte le altre forme di vita, e di intelligenza, siano esse piante o animali”.

Ogni luogo, ogni viaggio, ogni forma sono stati osservati nelle loro molteplici sfaccettature, letti non solo con l’ausilio di teorie scientifiche, come quella darwiniana, ma anche mediante riflessioni filosofiche, come quelle del viaggiatore tedesco Alexander von Humboldt, le osservazioni e le testimonianze della biologa Rachel Carson e della primatologa Dian Fossey, la letteratura, l’animismo, le tradizioni, le culture, le pratiche e le credenze sciamaniche, la visione interspecista, le interviste alle popolazioni locali, l’ascolto, il percepito, l’incontro con altri viventi.

Un altro aspetto su cui si pone l’accento nel libro è il non-definito, l’inaccessibile, quello che il limite del nostro sguardo – a dispetto del predominio umano che abbiamo scelto e che ci caratterizza, del senso di superiorità in quanto specie e del pregiudizio verso tutte le altre, dell’antropocentrismo e della continua “proiezione” antropomorfica che tutto pervade secondo il senso comune – non può sapere e che, forse, dovremmo accettare.

“Il senso della natura” è dunque una lettura illuminante e al contempo angosciante, permeata di Storia e di storie mai sapute, come di emozioni più disparate. Le verità che emergono sono sconvolgenti e sorprendenti, raccontano la fragilità, le ingiustizie sociali, i paradossi che contaminano l’esistenza – su cui spesso banalizziamo o che ci restano indifferenti – e gli equilibri sempre più precari: “Se l’intera calotta di Groenlandia e Antartide diventerà liquida, i mari e gli oceani saliranno di settanta metri” – si legge a pagina 206 del libro.

Le tante sollecitazioni attivate dallo scorrere le pagine ci impegnano a una più ampia e complessa riflessione, ci inducono a ri-pensarci e a ri-definirci, sì con il pensiero, ma soprattutto con il sentire più autentico che rende possibile il trascendere. È più semplice, allora, comprendere che tutto questo ci riguarda, ovvero che noi siamo l’ambiente di cui parliamo. Tutti noi viventi siamo òikos, siamo tutti la nostra casa.

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