PRATO – La stagione di prosa del Metastasio di Prato si conclude al Teatro Fabbricone con “Il riformatore del mondo” di Thomas Bernhard, una delle opere più interessanti e significative dello scrittore e drammaturgo austriaco, portata in scena in prima nazionale dal regista Leonardo Capuano.
Il testo (“Il benefattore” nel titolo originale in tedesco) fu pubblicato nel 1978 e rappresentato per la prima volta tre anni dopo a Bochum: dal carattere visionario e grottesco, il dramma rappresenta uno dei vertici del teatro di Bernhard, rappresentando forse nella maniera più emblematica e iconica la figura del vecchio intellettuale misantropo piuttosto ricorrente nell’opera di questo autore.
La scena si svolge all’interno di una casa benestante, in un ampio salotto nel corso di un’intera giornata, dall’alba fino al tramonto.
Protagonista il “benefattore” o “riformatore” (interpretato dallo stesso Leonardo Capuano), un anziano intellettuale non più in grado di camminare e affetto da mille acciacchi e malattie reali o immaginarie, che sostiene di aver abbandonato gli studi universitari per dedicare tutta la propria vita alla speculazione: dopo lunghe riflessioni di carattere filosofico, politico e civile, è giunto a scrivere il “Trattato sul miglioramento del mondo”, un’opera originale e innovativa, tradotta in molte lingue e lodata da tanti per la profondità di pensiero, nonchè ritenuta fondamentale per avviare una rigenerazione della politica e della società umana.
Per questi indubbi meriti il riformatore è in fervida attesa di ricevere a casa la sera stessa una delegazione di studiosi e intellettuali, tra i quali spiccano il sindaco della città e il rettore dell’università, che gli conferiranno e gli consegneranno una laurea honoris causa.

Seduto sul suo seggiolone come un vecchio monarca, fin dall’inizio il benefattore rivela il suo carattere misantropo e scontroso, burbero e bizzoso, in particolare tiranneggiando e impartendo ordini all’unica figura che per volontà o necessità gli sta vicino, la sua compagna di vita da oltre vent’anni (Renata Palminiello) con la quale ha stabilito un rapporto contraddittorio e insondabile.
Verso la donna, trattata spesso come una domestica e una serva, l’anziano intellettuale alterna scatti d’ira e momenti di rabbia e disprezzo a sprazzi di inconsapevole e incomprensibile dolcezza: eppure questa figura femminile che pronuncia pochissime parole nel corso dell’intero dramma e pare sopportare in silenzio ogni richiesta e ogni capriccio dell’uomo, è in realtà l’unica che ha veramente compreso la lucida follia che lo anima e che lo spinge nei suoi sproloqui.
Nel corso delle scene è il vecchio che parla costantemente attraverso monologhi con riflessioni e pensieri a voce alta: il pubblico è quindi trascinato nel “vortice di disgusto” che caratterizza l’animo del riformatore, ormai divenuto un odiatore del genere umano e profondamente disilluso circa una futura “redenzione” del mondo.
Pontificando dal suo seggiolone, ora si lamenta del destino o della sua salute fisica, ora decide di fare qualcosa salvo poi cambiare idea dopo poco tempo, dimostrando incoerenza e noia, ora “fa confondere” la sua compagna-serva che nonostante tutto si prende pazientemente cura di lui. Una sorta di nichilismo emerge dai suoi discorsi spesso sconnessi e contraddittori, ma sempre velati da un pizzico di ironia e di follia comica: è un continuo flusso di coscienza attraverso il quale egli riflette sulla realtà del mondo e su una società umana che gli appare sempre più priva di senso.
A dimostrazione di ciò, la laurea honoris causa consegnatagli in pompa magna dal rettore per lui non è altro che un feticcio e la dimostrazione pratica che nessuno in realtà ha letto o ha compreso il suo trattato, poiché, nello stesso, sostiene che per migliorare il mondo bisogna eliminare gli uomini dalla faccia della Terra.
Una soluzione drastica e paradossale che fa luce anche sull’ipocrisia e sulla falsità di certe relazioni sociali: non a caso il regista fa concludere il dramma con il vecchio che, snobbando ormai il suo “pezzo di carta”, si chiude dentro la sua cassapanca, estremo “rifugio” e strumento di fuga dalla follia del mondo.










