PISTOIA – Che cos’è la bòzzima? E un’ecolalia? Chi è un barullo? E un archilèo?
Parole strane, desuete, dimenticate perchè troppo difficili o specifiche, ma che fanno comunque parte del nostro vocabolario, testimoniandoci ancora una volta la ricchezza e la vitalità della lingua italiana, fra termini dialettali e voci che rimandano a lingue antiche.

Con “L’opificio delle parole dimenticate” (Alvivo Edizioni, 2021, 15 euro) Nico Fedi (autore delle illustrazioni) ed Emilio Vance (scrittore dei testi) danno vita a un piccolo “atlante” di parole quasi mai più utilizzate, prendendo spunto dagli strumenti meccanici di un “opificio” fantastico e straordinario.
Caleidoscopio eruttivo, faro bulbifero, ingranditore flipperico, raschianuvole: sono solo alcuni dei surreali macchinari della “fabbrica delle parole” ai quali gli autori affidano il compito di masticare, impastare, costruire, ricomporre una serie di termini – le “parole dimenticate”, appunto – da sottoporre all’attenzione del lettore, come se esse costituissero l’esito finale di un processo produttivo. E in parte è così, dal momento che in una lingua viva le parole non sono dei “monoliti” fissi e immutabili, ma cambiano e si evolvono, mutano significato, si intrecciano con altre lingue, si adattano a nuovi contesti.
Un volumetto in diciassette schede tutto da leggere e da sfogliare, grazie a testi accattivanti che stimolano la curiosità e ai coloratissimi disegni che animano le pagine, fra contrasti cromatici e ardite geometrie. Una missione investigativa ma divertente tra fantasie pittoriche e letterarie, densa di citazioni e rimandi da scoprire in ogni angolo di pagina.









