mercoledì, Settembre 9, 2026

Incontro con Viola e Niccolò, i due candidati più giovani a Prato alle elezioni Regionali

di Andrea Mori

PRATO Niccolò Sanesi e Viola Stefanacci sono i due candidati più giovani che sono stati in corsa per il consiglio della Regione Toscana su Prato. Uno con Alleanza Verdi e Sinistra, l’altra con la Lega. Il primo è nato alla fine del 2000, la seconda a inizio 2001. Ciascuno ha raccolto circa duecento preferenze. Un numero che rende il loro confronto ancora più interessante, anche perché alle comunali torneranno a essere candidati.

Niccolò Sanesi e Viola Stefanacci

Entrambi hanno tenuto a chiarire che sono sì in un partito, ma non per questo rinunciano ad avere un pensiero proprio e ad esternarlo. “Se qualcosa non mi torna o sono in disaccordo lo faccio sempre presente, e ci confrontiamo”.

Quando si chiede loro perché hanno scelto di impegnarsi in politica, le due storie prendono subito strade diverse. Sanesi racconta un percorso iniziato quasi per naturale continuità: una famiglia abituata a parlare di politica, anni di rappresentanza studentesca, consulta e associazionismo, fino all’arrivo nei Giovani Democratici (giovanile del Pd, ndr.), che considera una vera scuola politica. “Mi hanno insegnato il metodo, il lavoro sul territorio, l’avere un confronto anche sulle questioni scomode”. Poi una pausa: all’università sente il bisogno di capire meglio dove collocarsi e smette di rinnovare la tessera. A riportarlo in campo sono gli ultimi avvenimenti a Prato: una scossa che lo convince del fatto che la sua poca esperienza possa comunque essere utile, soprattutto a una generazione che cerca riferimenti vicini.

Stefanacci, invece, racconta di un percorso più casuale. “Sarei ipocrita se dicessi che ho sempre sognato di fare politica, perché non è così”, ammette. Prima l’alberghiero, poi Scienze della comunicazione e una magistrale in Scienze politiche. L’incontro con alcune persone della Lega la avvicina al partito. Il resto lo costruisce lei: “Mi sono fatta vedere sempre attiva, con la voglia di fare qualcosa: il gazebo, la raccolta di giocattoli a Natale per bambini in difficoltà, le proposte. Chiamavo io, organizzavo io”. A dicembre 2024 diventa responsabile organizzativa del giovanile: si occupa di locandine, video, comunicazione social. “La candidatura alle regionali non l’ho chiesta: non pensavo neanche di esserne all’altezza”.

Parlando di contenuti, viene naturale domandarsi quali siano i temi che sentono più vicini a loro. Per Sanesi il filo rosso passa dall’anticapitalismo all’ambiente, dalla scuola ai diritti sociali, dalla salute mentale al salario minimo, fino alle battaglie internazionali come la Palestina. Spiega di aver cercato una forza politica “che non si vergogni di dire parole di sinistra” (Nanni Moretti docet), che proponga la patrimoniale, difenda il salario minimo che tenga conto dell’aumento dei prezzi e lavori per il benessere collettivo. È anche per questo che ha lasciato il Partito Democratico ed è entrato in Sinistra Italiana, una delle componenti principali dell’alleanza AVS: “Troppe anime, troppi compromessi. A Prato questo pesa ancora di più, perché è una città operaia e imprenditoriale e certe scelte io non le accetto”.

Per Stefanacci il punto di partenza è invece l’immigrazione, che considera il tema più vicino alla linea della Lega. Da lì si apre una serie di preoccupazioni che, a suo avviso, fanno parte della stessa cornice: la difficoltà dei giovani a permettersi un affitto, stipendi insufficienti, l’esigenza di contratti stabili per accedere a un mutuo; è critica nei confronti delle “agevolazioni per chi viene da fuori e non per gli italiani”. “Io amo da morire questo Paese e soprattutto questa città”, dice più volte. “Chi arriva deve integrarsi, lavorare e di conseguenza contribuire”, conclude.

A questo punto viene spontaneo chiedersi come i loro coetanei vivano la politica. Sanesi parla di “disaffezione”: non solo disinteresse, ma sfiducia nei confronti dei partiti. “Noi siamo una generazione senza grandi partiti e senza grandi narrazioni. Ci interessano i temi ampi – ambiente, salute mentale, diritti –, ma molti non si riconoscono nei contenitori politici, e onestamente non gliene faccio una colpa”. Per lui è anche un problema di linguaggio: la sensazione che la politica “parli d’altro”, che non si rivolga davvero alla loro fascia d’età, in una città e in un Paese “pensati per persone molto più grandi”.

Stefanacci vede soprattutto distanza. Per lei, tra i giovani “la politica non è un argomento sentito”. Porta l’esempio delle regionali: affluenza al 47% (“probabilmente costituita in gran parte da anziani”) e tanti che non sapevano nemmeno che si votava. Nel suo gruppo di amici se ne discute solo perché ce l’ha portata lei. “I giovani non sono invogliati a parlarne, perché nessuno te la insegna. E se una cosa è difficile, la gente nemmeno ci prova”.

A un certo punto il discorso cade sul luogo comune secondo cui i giovani sarebbero meno concreti e concentrati sulle sciocchezze. Sanesi parte da un’immagine precisa: i Fridays for Future, le piazze per la Palestina, movimenti che si accendono e a volte si spengono senza effetti immediati, ma che per lui dimostrano che “la fiamma c’è”. Il problema, dice, è un altro: “Ci lamentiamo tanto, ma spesso l’impegno non è all’altezza del lamento. Ci hanno convinto che ognuno da solo può fare la differenza ed è una grandissima falsità. L’unica cosa che può funzionare in un sistema che spinge all’individualismo è la collettività”.

Stefanacci riconosce che, tra i giovani, c’è anche chi non si interessa minimamente di ciò che accade e pensa solo a stare bene per conto proprio. Dice di provare rispetto – e persino orgoglio – quando vede scendere in piazza ragazzi (anche se di sinistra), perché per lei ciò che conta è prendere posizione, qualunque sia il proprio credo politico. Quello che non riesce ad accettare è invece chi si rifugia nel “tanto non cambia niente” e rinuncia al voto: un diritto che, ricorda, “ci siamo dovuti conquistare”.

La domanda successiva sembra quasi inevitabile: come si può avvicinare davvero i giovani alla politica. Sanesi prova a trasformarla in qualcosa di concreto: sta organizzando con l’Unione dei Giovani di Sinistra un grande evento sulla scuola pubblica, tre giorni in città per discutere di classi sovraffollate, spazi, cultura e benessere. L’obiettivo è portare la politica nei luoghi dove gli studenti vivono davvero, non lasciarla chiusa nei circoli o nei palazzi.

Stefanacci immagina un cambio di passo proprio nelle aule. È convinta che, se a scuola se ne parlasse attraverso dibattiti, confronti sull’attualità e con docenti capaci di fare gli arbitri più che i giudici, molti ragazzi la sentirebbero meno lontana. “A scuola vengono i carabinieri, la Marina, spiegano i loro percorsi. Sulla politica, niente. È un argomento tabù”.

Quando si guarda al futuro della città, Sanesi non nasconde di credere che il centrodestra “avrà grandissime chance di vittoria”, proprio perché si è mosso più compatto di un centrosinistra in difficoltà. Ripete che il Pd da solo “non ce la può fare” e che molto dipenderà da come uscirà dal congresso e dalle alleanze con AVS e M5S. L’errore da evitare, dice, è quello di andare avanti come se nulla fosse: “Se il centrosinistra continua così, questa città la perdiamo. Bisogna smettere di parlare per le persone e ricominciare a confrontarsi con loro stando sul territorio, ascoltando anche i problemi che consideri piccoli, prima di spiegare che sono solo percezioni”.

Stefanacci, da parte sua, ritiene che il centrodestra parta con un piccolo vantaggio dopo gli ultimi eventi. Non si illude però che la strada sia in discesa: “La gente si dimentica in fretta e fargli cambiare idea è difficilissimo”. Per lei la chiave è puntare sui volti nuovi, soprattutto giovani: “Se li promuovi bene e quindi li fai conoscere, può essere un vantaggio. È un’arma a doppio taglio però, certo, perché gli anziani sono più diffidenti verso una persona giovane, ma bisogna provarci”.

Alla fine della nostra chiacchierata con i due ragazzi, resta una cosa semplice e valida per entrambi: il desiderio di mettersi in gioco. Con idee, percorsi e priorità diverse, ma con la stessa convinzione che la città non vada lasciata procedere come è stato fatto fino ad adesso. 

Niccolò e Viola si espongono, e forse è questo, al di là delle differenze politiche, il segnale più interessante: tra i più giovani c’è chi non si limita a guardare, ma prova a cambiare qualcosa. Anche piccola. Anche imperfetta. Ma propria.

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