PRATO – Lo scontro tra valori tradizionali e nuovi ideali, il conflitto interiore dell’individuo, l’impossibilità di cancellare un passato che si vorrebbe dimenticare ma dal quale riemergono con forza demoni e angosce mai sopite.
Elena Bucci e Marco Sgrossi portano in scena al Teatro Metastasio, in prima assoluta, “La casa dei Rosmer” di Henrik Ibsen, opera del 1886 in cui il drammaturgo norvegese sviluppa fino a condurre alle estreme conseguenze alcuni temi già presenti nei suoi capolavori degli anni precedenti come “Casa di bambola” e “Spettri”.
“La Casa dei Rosmer” (“Rosmersholm” in norvegese) rappresenta infatti uno dei punti di approdo del teatro ibseniano e della riflessione dell’autore sulle contraddizioni di una società in una fase di drammatico mutamento, in bilico fra tradizione e modernità.

La storia ruota attorno a John Rosmer, un ex pastore protestante che vive nella sua residenza di famiglia insieme a Rebecca West, una donna con la quale intrattiene un rapporto di amicizia platonica e che è diventata la sua figura di riferimento dopo la tragica scomparsa della moglie. Rosmer è infatti vedovo e il suo matrimonio con Beata si è concluso in maniera improvvisa e drammatica quando lei, forse in conseguenza della sua malattia mentale e dell’impossibilità di avere figli, si è suicidata gettandosi nel fiume che scorre accanto alla casa.
La trama si complica quando nella casa sopraggiunge Andreas Kroll, amico di vecchia data di Rosmer che adesso si è dato alla politica, diventando un influente capo politico locale, con la convinzione di combattere contro le nuove idee che rischiano di “minacciare” l’ordine costituito e con la speranza di coinvolgere anche Rosmer nella sua “battaglia” offrendogli la carica di direttore di un quotidiano. Kroll rappresenta l’ordine tradizionale e conservatore della società, mentre John e Rebecca sono simboli del cambiamento e della nuova mentalità liberale e progressista che emergeva in Norvegia nei decenni finali dell’Ottocento.
Dal conflitto inizialmente di natura politica e ideologica tra i personaggi si passa ben presto a un altro conflitto, di natura interiore e personale, che coinvolge in particolare John e Rebecca, i quali vivono insieme a Rosmersholm in un rapporto mai del tutto chiarito e che all’origine richiama alla tragica morte di Beata.
Durante il dramma i demoni del passato e i segreti messi a tacere per lungo tempo vengono alla luce, strane lettere dal contenuto scottante vengono svelate, i ruoli dei personaggi assumono una nuova forma: il tutto nella crescente consapevolezza, che sul finale diventa certezza, dell’impossibilità di fare i conti col passato e di cancellare i drammi che sono accaduti nella casa. Frequente è infatti il richiamo ai “cavalli bianchi di Rosmersholm”, fantasmi o spettri che si dice girino attorno alla casa e rappresentino gli spiriti degli antenati, simboli di un passato che riaffiora e incombe sul presente con i suoi drammatici segreti.
Sul palco Elena Bucci, Marco Sgrosso, Emanuele Carucci Viterbi, Francesco Pennacchia e Valerio Pietrovita danno corpo a un dramma evocativo e dalla forza dirompente, in cui l’austero e scarno soggiorno di casa Rosmer si trasforma in un turbolento avvicendarsi di misteri, segreti, falsità e rivelazioni.
La potenza di quest’opera di Ibsen sta proprio nella sua capacità di unire crisi della società e crisi dell’individuo in un’unica riflessione: nel testo è presente sia una feroce critica contro il moralismo borghese e l’ipocrisia della società del tempo, attraversata da profonde contraddizioni ma volta sempre a tutelare e salvare le apparenze, sia l’amara constatazione dei drammi interiori, scaturiti proprio dal dover assolvere a certi obblighi sociali, che attraversano e sconvolgono anche i personaggi in apparenza più “insospettabili”.
Un efficace affresco politico, sociale e psicologico che si conclude con la presa d’atto dell’incapacità di sopportare certi “pesi” e di liberarsi con facilità dai lacci e dalle catene del passato e della tradizione.









