VECCHIANO – Un luogo abbandonato e quasi dimenticato che cela tra i suoi muri diroccati una storia “segreta”, per certi aspetti gloriosa, tra il dramma della guerra e le antiche memorie di gesta eroiche.
In località Bocca di Serchio, a poche centinaia di metri dalla foce del fiume e non lontano dalla frequentata spiaggia libera di Marina di Vecchiano, sorge, in un luogo appartato e non segnalato, raggiungibile solo per una strada sterrata, la cosiddetta “Casina degli Incursori” della Regia Marina, oggi ridotta a poco più che un rudere ma custode di una vicenda storica meritevole di essere raccontata.
Ci troviamo nel cuore del litorale pisano, in uno scenario naturalistico quasi incontaminato, tra le pinete costiere care a D’Annunzio e la vicina tenuta di San Rossore, ancora oggi tutelata come zona naturale protetta, popolata da caprioli e cinghiali. Un luogo isolato, che un secolo fa si trovava immerso nel verde di pinete ricchissime di cacciagione: e infatti l’origine del fabbricato fu proprio quella di “casino di caccia” di proprietà della nobile famiglia fiorentina dei Salviati, che era solita recarsi in queste zone marittime per le proprie battute di caccia. Siamo di fronte a uno dei nomi più illustri dell’aristocrazia fiorentina, tra i cui membri si annoverano cardinali, uomini di cultura e politici, e tra i quali spicca senza dubbio la figura di Maria Salviati, sposa del condottiero Giovanni delle Bande Nere e madre del futuro granduca Cosimo dei Medici.
Alla fine degli anni Trenta i tre eredi della famiglia Salviati, i duchi Pietro, Giacomo e Averardo, ricevono una particolare richiesta da parte della Regia Marina, che viene subito assecondata: il casino di caccia, per la sua posizione strategica e lontana da occhi indiscreti, è il luogo ideale identificato dalla Marina per portare avanti un programma “segreto” di sviluppo di nuove armi all’avanguardia per rendere la flotta italiana in grado di competere con quella, temibilissima, degli inglesi.
Ma di quale programma si trattava e chi venne dunque a installarsi nella tranquillità e nel segreto della Casina?

Occorre fare un passo indietro di qualche anno e tornare a un evento bellico sicuramente minore nel contesto generale della Grande Guerra, ma significativo per la storia dell’allora Regia Marina italiana: nella notte del primo novembre del 1918, nella baia antistante la città di Pola, gli ufficiali Raffaele Rossetti e Raffaele Paolucci, eludendo le difese portuali, si avvicinarono alla corazzata austriaca “Viribus Unitis” a bordo di una “mignatta” – un rudimentale siluro semovente a guida manuale – riuscendo ad applicare cariche esplosive sul fianco della nave e provocandone il successivo affondamento.
L’esito dell’impresa di Pola, se da un lato non cambiò affatto le sorti della guerra contro un’Austria già praticamente sconfitta e che di lì a pochi giorni siglò l’armistizio di Villa Giulia, ebbe un’ampia risonanza negli ambienti della Marina militare e mise in luce le notevoli potenzialità belliche della “mignatta”, nata da un’intuizione dello stesso ingegnere Raffaele Rossetti e che presentava al tempo ampi margini di sviluppo.
Negli anni successivi il Genio navale si adoperò per migliorare l’idea di Rossetti e lavorare alla progettazione di un siluro a propulsione subacquea che potesse trasportare fino a due sommozzatori, con l’obiettivo di avvicinarsi di nascosto alle navi nemiche e affondarle dopo aver applicato sulle loro carene una carica esplosiva.
Si trattava di un’idea ancora molto lontana dal moderno siluro autoguidato e a testata esplosiva, ma semplice e allo stesso tempo rivoluzionaria: il siluro diventava un mezzo per avvicinare agli obiettivi da colpire, in incognito e sotto la superficie del mare, un piccolo equipaggio al quale chiaramente erano richieste doti non indifferenti di prontezza e di coraggio, in considerazione dell’alto rischio a cui erano esposti in simili imprese.
Grazie soprattutto al lavoro degli ingegneri navali e palombari Elios Toschi e Teseo Tesei intorno alla metà degli anni Trenta vedono la luce i SLC – Siluri a Lenta Corsa – presto denominati “maiali” da un’affermazione forse nata in maniera scherzosa ma adottata da Tesei come nome in codice per proteggere la segretezza del nuovo mezzo.
Nell’ottobre del 1935 i primi due prototipi di SLC vengono collaudati nella base navale di La Spezia alla presenza dell’ammiraglio Mario Falangola, comandante della flotta subacquea e responsabile del programma di sviluppo e potenziamento dei sommergibili della Regia Marina. I “test” effettuati in quel frangente dovettero impressionare in maniera positiva Falangola, che rimase entusiasta dei SLC e ne commissionò subito la costruzione di altri due prototipi.

D’altra parte le ombre della guerra si stavano di nuovo riaffacciando in Europa e nuvole nere si addensavano sul Mediterraneo dopo che, in quello stesso ottobre del 1935, l’Italia fascista aveva avviato la sua guerra d’aggressione contro l’Etiopia per la creazione di un impero coloniale in Africa orientale, fatto che mise subito in allarme francesi e inglesi. Questi ultimi, la cui superiorità militare sui mari era nota, cominciarono a intensificare la propria presenza nel bacino del Mediterraneo, grazie alla presenza di basi a Gibilterra, Malta e Alessandria: la Royal Navy, oltre a poter interferire i collegamenti tra le due sponde del Mediterraneo e avere sotto controllo tutti i movimenti marittimi, poteva contare sulla flotta militare più moderna e organizzata del tempo, il cui unico punto debole, forse, era proprio costituito dalla mancanza di un’adeguata copertura contro siluri e motosiluranti nemici.
Fu così che nell’aprile del 1939, alla vigilia della guerra, ripresero le ricerche e i lavori per passare dai collaudi all’impiego operativo dei SLC nelle operazioni belliche: a tal proposito, sotto l’auspicio dell’ammiraglio Aimone di Savoia, duca d’Aosta (già inventore dei “barchini esplosivi” MTM, ricavati da motoscafi turistici modificati), venne ufficialmente istituita la Prima Flottiglia MAS (Motobarca Armata Silurante), i cui “incursori” faranno largo uso dei “maiali” nelle operazioni di sabotaggio e di affondamento delle navi nemiche, approfittando della rapidità e della manovrabilità di questi mezzi d’assalto.
In quello stesso frangente si decise anche di trasferire la base degli incursori dal porto di La Spezia, troppo esposto allo spionaggio inglese e al rischio di far trapelare all’esterno i contenuti di un progetto militare che doveva rimanere segretissimo, a un luogo più nascosto e riparato, poco frequentato e lontano da sguardi sospetti: quale posto migliore della casina di caccia dei Salviati a Bocca di Serchio? Fu dunque proprio qui, presso la foce del fiume, che i palombari e i sommozzatori della Prima Flottiglia MAS, al comando del capitano di fregata Paolo Aloisi, portarono avanti la sperimentazione dei SLC e il loro addestramento tramite incursioni subacquee notturne.

La “Casina degli Incursori”, come poi è stata chiamata, ospitò in questi mesi figure di spicco della Flottiglia MAS e più in generale della Regia Marina, che di lì a poco si sarebbero distinte, con diverse fortune, nelle operazioni di guerra, come i già citati Tesei e Toschi, Emilio Bianchi, Mario Giorgini, Luigi Durand e Gino Birindelli. Proprio quest’ultimo, nella sua autobiografia “Vita di marinaio”, rievoca con nostalgia il periodo trascorso a Bocca di Serchio, dove “si era creata, in modo vero, profondo e sincero, quella banda di fratelli che costituiva un ideale dei giovani allievi dell’Accademia Navale, ed essere uniti come consanguinei non era retorica, come non lo era il volere dare in ogni possibile modo tutto quello che si poteva ad un’Italia che amavamo sopra ogni cosa. Là nacque quello spirito del Serchio che nessuno di noi ha mai potuto dimenticare”.
Il resto è storia nota: durante il secondo conflitto mondiale i SLC diedero prova di buona affidabilità, nonostante alcuni limiti strutturali e la palese inferiorità tecnica, logistica e organizzativa della Regia Marina rispetto alla Royal Navy.
Molti insuccessi, che comportarono elevate perdite umane, si alternarono ad alcune imprese ardite e ai limiti dell’eroismo: tra queste si ricordano il danneggiamento irreparabile dell’incrociatore britannico York nella baia di Suda a Creta (25 marzo 1941), l’attacco alla base di Gibilterra dopo una serie di falliti tentativi (20 settembre 1941), e soprattutto l’impresa di Alessandria d’Egitto (19 dicembre 1941) quando gli incursori della Decima MAS a bordo di tre “maiali” riuscirono a oltrepassare le difese del porto e piazzarono altrettante cariche esplosive, danneggiando il cacciatorpediniere “Jervis” e affondando le due navi da battaglia “Queen Elizabeth” e “Valiant”.
Anche se la supremazia britannica sui mari restava incontrastata, il successo dell’azione dei SLC ad Alessandria mise in allarme lo stesso Churchill, che notò come gli italiani, con mezzi ingegnosi e relativamente poco costosi, avessero inferto un duro colpo alla flotta britannica del Mediterraneo. Da quel momento altre potenze navali, come la stessa Gran Bretagna, la Germania e il Giappone, iniziarono a sviluppare siluri ancora più efficienti e precisi, prendendo spunto proprio dal modello dei “maiali” di Bocca di Serchio.

Oggi la “Casina degli Incursori” giace nell’abbandono, solo una lapide sul retro dell’edificio, posta dalla Marina militare nel 1961, ricorda “i luoghi in cui gli ufficiali, i sottufficiali e i marinai dei mezzi d’assalto subacquei si prepararono alle loro imprese della seconda guerra mondiale”.
Il sito, segnalato al FAI tra i luoghi da riscoprire e da tutelare, meriterebbe in effetti una maggiore attenzione e valorizzazione, e non risulterebbe inopportuna una sua destinazione a spazio museale per illustrare una pagina di storia che non riguarda solo le attività belliche della Regia Marina, ma investe anche la ricerca scientifica e ingegneristica in un campo d’avanguardia.










