PISTOIA – Un interessante percorso espositivo tra le opere non solo dei maestri più noti, ma anche degli interpreti meno conosciuti dell’arte grafica italiana nella seconda metà del secolo scorso.
Nell’ex chiesa di san Giovanni Battista, in corso Gramsci a Pistoia, è stata riaperta dopo la pausa di agosto la mostra dedicata alla grande grafica italiana della seconda metà del Novecento, attraverso una selezione di ottanta opere provenienti dalla collezione privata di Paolo Gestri, ideatore e curatore dell’esposizione.

La mostra, a ingresso libero e gratuito (orario giornaliero: 10-12,30 e 17-19,30), resterà aperta al pubblico fino al prossimo 24 settembre, all’interno dei suggestivi spazi dell’ex chiesa. Per chi lo desidera, è disponibile in loco il catalogo della mostra, curato dallo stesso Gestri: un libro prezioso, che ha il merito non solo di illustrare i tratti biografici degli artisti, ma anche di soffermarsi, con gli “incontri d’arte”, su aneddoti e ricordi personali che mettono in luce aspetti poco noti della loro personalità e del loro modo di intendere il “fare arte”.
Abbiamo intervistato Paolo Gestri in esclusiva per Report per capire meglio l’idea di fondo e i contenuti della mostra.
Paolo, che cosa ci dobbiamo aspettare entrando a visitare la mostra?
La mostra presenta ottanta opere tra incisioni, acqueforti, tempere, pastelli, disegni, suddivise in tre gruppi: “opere nella storia”, “incontri d’arte” e “pistoiesi in scena”. Il primo gruppo, il più consistente, comprende le opere di circa quaranta maestri, tra i massimi italiani che hanno fatto la storia dell’arte: grandi nomi come Ennio Morlotti, Emilio Greco, Emilio Notte, Primo Conti, Pietro Annigoni, Mino Maccari, Gualtiero Nativi, Ernesto Treccani e Jorio Vivarelli.
Il secondo riguarda alcuni grandi autori che ho avuto l’onore di conoscere personalmente, attraverso incontri e interviste, come Umberto Buscioni, Corrado Zanzotto, Enzo Faraoni, Silvio Loffredo, Alfredo Fabbri, Quinto Martini e Gino Terreni.
Il terzo gruppo comprende artisti pistoiesi che sono nati in città o che sono restati legati a essa per gran parte della loro vita come Salvatore Magazzini, Enzo Ghidini, Marcello Lucarelli, Silvano Palandri.
La mostra include inoltre opere di Breddo, Gentilini, Guidi, Liberatore, Vespignani, Zancanaro, March, Possenti, Bolano, Tirinnanzi e molti altri. Per tutti vale il recupero dell’immagine, ovviamente declinata e filtrata dalla sensibilità, personalità e cultura di ognuno. Da notare che per molti di questi sono state create fondazioni e parchi specifici.
Perché la mostra è importante nell’ambito dell’arte figurativa?
La mostra è importante sul piano squisitamente culturale, perché la presenza contestuale di un numero così elevato di grandi maestri, nel loro insieme, dimostra che il nuovo figurativismo è stato denominatore comune a tutta la seconda metà del Novecento, oltrepassando non solo l’astrattismo imperante del secondo dopoguerra, ma anche le non poche Avanguardie sopravvenute tra il 1950 e l’anno 2000: Land Art, Minimal art, Iperrealismo, Antifo, Body art ed altre che pure mantengono tutto il proprio significativo valore come nuove proposte.
Sta di fatto che le più importanti gallerie, le maggiori aste e il mercato stesso, rimettono oggi il neofigurativo in primo piano.
Quale ruolo hanno gli artisti toscani e pistoiesi in particolare?
I toscani e i pistoiesi in particolare sono ampiamente rappresentati. Artisti toscani come Maccari, Possenti, Liberatore, Guidi, March, Bucci, Faraoni, Loffredo sono considerati ancora oggi delle “glorie locali” e sono diventati i “portabandiera” della propria città in ambito artistico. Per Pistoia, a quelli citati si aggiungono Begliomini, Ciani, Bartolozzi, Tesi e anche Angela O’Brien e Gerolamo Bolli, vissuti per molto tempo in città. Ne emerge un quadro di grande vivacità e vitalità artistica, in particolare durante la temperie delle nuove Avanguardie tra anni Cinquanta e anni Settanta, una stagione in cui Pistoia gioca un ruolo non secondario.
Perchè la grafica è considerata, a torto, arte minore?
La domanda è pure frequente, ma la definirei “voce di popolo e non di Dio”. Per citare il critico d’arte Enzo Di Martino, forse “I disastri della guerra” di Goya, o “Il cavaliere, la morte e il diavolo” di Durer, o le “Tre Croci” di Rembrant sono arte minore? Non è il linguaggio che determina la gerarchia, ma la qualità delle immagini. Inoltre, in quanto figlia prediletta del disegno, la grafica è dotata di una piena dignità. Vengono in mente le parole dell’architetto pistoiese Giovanni Michelucci: “Il disegno è come lo spartito che indica l’opera meglio della sua esecuzione”.










