PISA – Un viaggio affascinante nella storia e nell’evoluzione artistica della “scuola” dei Macchiaioli, una delle correnti artistiche più significative dell’Ottocento italiano.
Palazzo Blu di Pisa dedica una retrospettiva agli interpreti di questa esperienza toscana, che caratterizzò la nostra regione dal punto di vista artistico e culturale durante l’ultimo quarantennio dell’Ottocento, rivoluzionando lo stile pittorico e introducendo nuovi temi e nuovi elementi figurativi nella pittura del tempo.

La mostra, che resterà aperta fino al prossimo 26 febbraio, presenta oltre 130 capolavori provenienti da collezioni private solitamente poco accessibili o da grandi istituzioni museali, organizzanti entro un percorso espositivo volto a illustrare i principali nuclei tematici di questa corrente. Una preziosa occasione per conoscere la storia e i protagonisti della scuola dei Macchiaioli attraverso i loro dipinti, grazie anche a un efficace apparato descrittivo che in vari pannelli illustra i diversi aspetti dei Macchiaioli e della loro arte.
La prima sala è dedicata al Caffè Michelangiolo in via Larga a Firenze, già frequentato da artisti, intellettuali e patrioti; a partire dal 1855 diventa il luogo di ritrovo di una nuova generazione di artisti che si definiscono “progressisti” e che intendono superare nella loro pittura i rigidi schemi “classici” imposti dall’Accademia di Belle Arti, istituto di formazione dal quale essi provengono. Il caffè fiorentino diventa quindi il luogo ideale in cui poter esprimere più liberamente le proprie tendenze artistiche, allontanandosi dalle “pedanterie” accademiche. La sala presenta opere a tema storico di Cabianca, Banti, Lega, Fattori e Altamura, che spiccano per un innovativo utilizzo del chiaroscuro e per una nitidezza e luminosità, di stampo impressionista, che fa risaltare le figure umane rappresentate.

La seconda sala presenta la pittura di paesaggio attraverso le opere di Serafino De Tivoli e Nino Costa, artefici di una piccola “rivoluzione” pittorica nel segno di una nuova attenzione verso il mondo rurale e i suoi personaggi e di un rapporto diverso con la natura, rappresentata su tela attraverso un linguaggio semplice e realistico. Sono evidenti i richiami al gruppo di pittori impressionisti francesi della “scuola di Barbizon”, ma il principale merito di Costa e De Tivoli è quello di diffondere presso la corrente dei Macchiaioli, che sta prendendo forma in Toscana, un nuovo approccio alla natura: le visioni agresti e rurali dei loro quadri saranno infatti un importante modello di riferimento per gli artisti successivi.
La terza sala ospita i grandi capolavori a tema politico e civile, a testimonianza del profondo legame tra i Macchiaioli e la realtà contemporanea e soprattutto con il processo risorgimentale: gli artisti di questa corrente sono tutti ferventi patrioti anche se non sono animati da un sentimento nazionalista, ma, spinti dai loro ideali socialisti e anarchici, partecipano alla lotta per la libertà contro l’oppressione e il carattere reazionario del regime austriaco.
Ecco allora la pittura a soggetto militare di Telemaco Signorini, autore di una serie di opere che rappresentano momenti diversi delle battaglie del Risorgimento italiano; la pittura di Odoardo Borrani con le sue sceme di cucitura dei tricolori o delle camicie rosse dei garibaldini; il grande ritratto di Garibaldi di Silvestro Lega; il capolavoro “In vedetta (Il muro bianco)” di Giovanni Fattori che domina al centro della sala. Sono opere importanti anche dal punto di vista della realizzazione artistica, che rivelano l’avvenuto passaggio a quell’uso intenso delle “macchie” di colore che diventa l’elemento caratteristico della corrente toscana.

Le tre salette successive illustrano infatti l’affermazione della “macchia” e l’inizio del “decennio d’oro” dei Macchiaioli negli anni Sessanta dell’Ottocento, momento in cui i pittori della corrente raggiungono la pienezza e la maturità espressiva e si volgono a una ricerca che privilegia l’attenzione ai colori, le forme accurate, la ricchezza dei dettagli. È la grande stagione dei ritratti, delle scene di vita di campagna e di lavoro nei campi, delle vedute paesaggistiche delle colline e dei borghi toscani, come ben traspare dalle opere di Raffaello Sernesi, Cristiano Banti, Vito D’Ancona e Luigi Bechi. Senza dimenticare i paesaggi della Liguria e della Versilia, tra il lungomare e i borghi dell’interno, che costituiscono un tema ricorrente nella pittura di Signorini e Cabianca.
Si passa poi all’esperienza della cosiddetta “Scuola di Castiglioncello”, animata a partire dal 1861 da artisti come Signorini, Abbati e Tedesco, che nei loro soggiorni in questo paese della costiera livornese si volgono a una pittura semplice ed essenziale, caratterizzata dal connubio tra arte e vita quotidiana tra i contadini e i pescatori che abitano queste zone. I pittori rimangono affascinati dalla bellezza “primitiva” della natura, tra il mare color smeraldo, le spiagge sabbiose e le colline con pascoli e casolari sparsi: luoghi idilliaci che diventano fonti di ispirazione pittorica ma anche occasioni di sperimentazione. Ecco allora i numerosi “quadretti” rurali con buoi al pascolo, aratri e carri, fattorie, lavori agricoli di raccolta del fieno o mietitura del grano.

Un secondo centro di aggregazione fu la cosiddetta “Scuola di Piagentina”, animata a partire dal 1862 dai Macchiaioli fiorentini che spesso si recavano in questa zona rurale poco fuori Firenze, tra orti, ville signorili, rive dell’Arno, stretti vicoli e ripide stradine di campagna che si inerpicano sulle colline. A differenza del gruppo livornese di Castiglioncello, gli artisti di Piagentina, come Lega e Borrani, danno meno rilevanza al paesaggio naturale e privilegiano soprattutto le scene di vita quotidiana, tra raffigurazioni d’interni e scene di conversazione, in cui predominano le figure femminili.
L’ultima sala della mostra è dedicata alla ritrattistica, con opere di Gordigiani, Boldini, De Nittis e Cecioni, che nella rappresentazione delle figure umane sottolineano la loro dimensione quotidiana, nell’ottica di conferire maggiore naturalezza, semplicità e realismo ai soggetti raffigurati.

Chiude l’esposizione un gruppo di opere appartenenti al periodo finale della corrente dei Macchiaioli e databili agli anni Novanta dell’Ottocento, in cui l’attenzione si concentra soprattutto sulle figure femminili e sulla rievocazione del passato risorgimentale, in una fase in cui gli ideali civili che avevano animato la grande stagione artistica dei Macchiaioli sembrano essere entrati in crisi. Sono gli anni finali della vita di Fattori e Signorini, che moriranno nel primo decennio del Novecento, cedendo il passo a quelle Avanguardie che da Parigi stanno per affermarsi e rivoluzionare completamente l’arte e la pittura europee.









