PRATO – Uno spettacolo dai contorni surreali che mescola dramma, ironia grottesca, allucinazioni, ossessioni, follie, pulsioni irrefrenabili e autodistruttive.
Enzo Moscato firma il testo e la regia di “Libidine Violenta”, in scena questa settimana al Teatro Metastasio di Prato: un viaggio verso l’eccesso, un vertiginoso e sgargiante carnevale del vizio, ma anche un’occasione per riflettere su un’umanità ai margini, che dietro le maschere e le apparenze cela dipendenze, tragedie personali, delitti veri o presunti, manie di persecuzione e autodistruzione.

Lo spettacolo si apre infatti con il mistero di un uomo trovato cadavere accanto alla vasca da bagno: ma è davvero morto? Si è trattato di un omicidio? Si tratta di un assassinio reale o di una proiezione immaginaria della mente? Da questo equivoco prende avvio la sequenza di scene, molto diverse tra loro, ma che mantengono come filo conduttore le confidenze e le memorie “scandalose” di Reci, un’eccentrica scrittrice o vecchia cantante fuori moda dall’ambigua identità sessuale, interpretata dallo stesso Moscato.
Gli spettatori sono fatalmente attratti da questo vortice onirico e surreale creato dalla mente di Reci, portato in scena da personaggi equivoci, fluidi, nei quali la dipendenza da passioni e vizi come sesso e droga si unisce alla ricerca di una propria identità, al desiderio impossibile di riallacciare i legami con una famiglia e un passato ormai irrecuperabili, alla speranza di una rigenerazione morale che non arriverà.

Ne scaturisce un gioco di visioni, ricordi, evocazioni, telefonate schizofreniche alle proprie madri, improbabili recite con balletti, pulsioni necrofile, situazioni paradossali al limite del grottesco. È il ritratto di un’umanità reietta, che si autoesclude dal mondo ma che allo stesso tempo lo attraversa con la sua carica vertiginosa, trasformista, erotica, eccessiva. Fino al desiderio finale: la fuga verso il lontano Brasile, rifugio esotico dalle miserie e dai giudizi morali di famiglia e società.
Non è uno spettacolo facile da capire: molto difficile trovare una logica e un significato preciso alle azioni compiute dagli attori in scena. Ma forse, come suggerisce lo stesso Moscato, sta proprio qui il segreto, e l’invito rivolto agli spettatori: rinunciare, per una sera, a dare una spiegazione razionale a ciò che accade, e lasciarsi trasportare dal nonsense, dalla “grande abbuffata” di parole nei serrati dialoghi tra i personaggi, dal fluire incontenibile della “libidine violenta” che contraddistingue lo scorrere della loro vita.










